Recensione a “La città che sale” di Gian Piero Stefanoni

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Stefanoni
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Gian Piero Stefanoni, ottimo poeta, in questo libro dimostra anche di essere saggista di valore. I suoi scritti sono pubblicati da Ladolfi editore e prima ancora online dall’ottimo literary blog La poesia e lo spirito: due realtà culturali che sono garanzia di qualità elevata. Leggendo questo bel saggio, molto articolato e davvero ben strutturato, ho pensato che la sua lettura sia un toccasana per noi pecorelle smarrite che magari a una certa età cercano di ritornare nell’ovile. Personalmente ho trovato questo saggio, costituito da argomentazioni sagge ma sempre aperte al dubbio, prive di dogmatismo, e allo stesso tempo lo stile non è mai pieno di fervore né è troppo accattivante. L’autore si rivela sempre assennato e ponderato. Innanzitutto in Stefanoni c’è un’apertura mentale notevole. Ci sono ancora religiosi che vedono male la poesia e poeti riconosciuti atei. Ci sono alcuni religiosi che vedono nell’umanesimo contemporaneo non un alleato alla fede ma un nemico. Ci sono poeti che ridono di chi crede. Questo saggio invece è costituito da 6 connubi: 6 connubi tra fede e poesia, due cose per alcuni antitetiche perché chi c’è chi crede nell’epifania e chi crede nella teofania, chi crede nella religiosità e chi crede nella ricerca individuale della spiritualità. Invece come dimostra l’autore le due cose possono convivere armoniosamente perché heideggerianamente il linguaggio è la casa dell’essere. Cristianamente in principio era il Verbo. Inoltre quando viene trattato il sacro c’è chi ovviamente scade nel profano, chi abbraccia un freddo razionalismo, chi si abbandona a un fideismo totalizzante. Mi pare invece che Stefanoni, per dirla alla Luzi, accordi le sfere della mente e quelle del cuore perché il suo saggio spicca per un’intellettualità colta ma mai troppo accademica né troppo citazionale, però al contempo non dimentica l’umanità. Il problema di fondo purtroppo, e questo Stefanoni lo sa benissimo, è il rapporto tra eterno, cifra trascendente magari deus absconditus o deus sive natura, e la storia con i suoi orrori e le sue nefandezze, che in momenti di crisi interiori fa propendere più per un Dio gnostico, visto l’assurdo camusiano e la teodicea, che non per un Dio cristiano. Ma questo non è un punto debole del saggio, è il nodo irrisolto di ogni cristiano. L’autore riprende la lettera ai poeti di Bergoglio, pubblicata da Crocetti. Analizza, dimostrando autentica intellettualità, le contraddizioni e i molti nodi irrisolti del vivere cristianamente e prima ancora della fede. Trova delle analogie tra mistica cristiana e storia dell’arte. Ma non si sofferma sullo gnosticismo, sulla crisi della ragione, sul credo per capire, sul capisco per credere, sul credo perché è assurdo. No. Parte e poi sviscera le contraddizioni interiori, quelle dell’animo, quelle del cosiddetto cuore. L’autore considera il trittico fede, poesia, speranza. Descrive bene il rapporto tra solitudine, dolore e fede di Wojtyla. Prende in esame il “travaglio” che ne deriva. Descrive in Francis Jammes l’importanza di Maria, della Croce e dell’altro a cui si deve sempre tornare. Di Testori sottolinea il volto di Cristo, visto negli invisibili, negli ultimi e quanto sia controverso e negativo il rapporto umano che sfocia nell’odio. Di Hopkins tratta la “natura che inganna”, il senso del peccato. Di Peguy tratta la relazione tra le due città agostiniane. Non voglio però spoilerare troppo e quindi mi fermo a una brevissima sintesi. Insomma il rapporto tra uomo e Dio è colto davvero in molteplici sfaccettature. Quello che resta appena accennato ma che un lettore un minimo attento coglie benissimo è che Stefanoni non indica l’uomo come Sisifo, quindi l’uomo camusiano, ma Simone di Cirene, che aiuta Cristo per recarsi sul Golgota. Questo bel saggio mi ispira ulteriori riflessioni. La crisi di valori, ad ogni modo assodata e accertata, comunque include moltissimi esseri umani di ogni grado d’istruzione e di ogni classe sociale. Me compreso e pochi esclusi. È pervasiva, onnicomprensiva o quasi: pochissimi si salvano. Come uscire dall’impasse? Eliot e Maritain oppongono al liberalismo, per loro causa di questi mali, una società cristiana. Ma se quella che Eliot chiama “trasformazione spirituale” è auspicabile, più difficile è sapere come realizzarla. Per prima cosa il capitalismo è così potente da vincere su ogni rinnovamento spirituale, su ogni “umanesimo integrale”, sul personalismo, su un nuovo Rinascimento, cose che, se realizzate, potrebbero attuare trasformazioni socioeconomiche che potrebbero essere invise alla classe dirigente, che a sua volta vuole mantenere lo status quo e l’immobilismo, conservare privilegi, anche se questo significa non ridurre ingiustizie e disuguaglianze e con esse la povertà e l’ignoranza del popolo. All’individualismo capitalista e al collettivismo comunista si potrebbe per prima cosa opporre la vita interiore coniugata con la “comunità dei cristiani”, la fede in connubio con la ragione, la religione incarnata nello Stato, che predomina sulle ideologie. Sappiamo però che le cose sono andate diversamente e le teorie di questi grandi pensatori sono oggi lettera morta. I veri cristiani oggi sono minoranza. La maggioranza è fatta da atei, materialisti, edonisti, utilitaristi, machiavellici, darwinisti, nichilisti, pragmatici, scientisti, anche se non sanno niente di cosa sono filosoficamente il materialismo, l’edonismo, l’utilitarismo, il machiavellismo, il darwinismo, il nichilismo, il pragmatismo, lo scientismo. La maggioranza delle persone ha nel proprio spirito e nella propria mentalità questi ismi, veri cancri culturali, senza nemmeno esserne minimamente consapevole e le metastasi proliferano, etc etc. Sono questi ismi filosofici che la maggioranza delle persone incarnano nelle loro vite, nei loro comportamenti, mentre oggi sempre meno cattolici sono veramente cristiani e incarnano i principi e i valori evangelici. È molto difficile oggi essere cristiani ed essere coerenti a ciò che intimamente si crede perché, come ricorda Eliot, questa società moderna non è cristiana. I cristiani finiscono così per essere contaminati dall’anticristianesimo; la purezza è perduta per sempre perché l’ascetismo medievale non è più possibile; vivere in questo mondo, integrarsi nella società significa peccare, compromettersi, corrompersi, sporcarsi l’anima, etc etc. La domanda che non si sono posti Eliot e Maritain è se liberalismo e cristianesimo potessero sposarsi, mentre invece hanno considerato aprioristicamente le due cose mutuamente esclusive. Eliot si chiede: “cosa eliminare e cosa conservare?”Ognuno ha la sua ricetta. Ognuno vuole fare i suoi correttivi. Ma la risposta certa, univoca, definitiva purtroppo non esiste. Entrambi gli autori partono implicitamente dai presupposti che una società totalmente fondata sulla democrazia laica di fatto non può sopravvivere perché non può esistere una società di atei. La domanda seguente è, visto il laicismo totalizzante attuale: possono essere rispettati con la sola cultura, con la sola legge, con la sola empatia i diritti civili, universali e la regola d’oro senza credere in un Dio? Il risultato oggi è che abbiamo oggi una società scristianizzata, fatta di vitelli d’oro. In Turoldo religiosità ecumenica e spiritualità poetica convivono, nonostante le brutture e l’inautenticità del mondo. In lui troviamo la forza di un cristiano, che non cede ai demoni del nichilismo e neppure alla credenza sempre più diffusa di un Dio assente. Rispetto a Rebora, Turoldo per quanto colto forse è meno letterario, senza ombra di dubbio è più comprensibile. Il suo è uno stile asciutto, essenziale, piano, senza cadere mai in leziosismi. Il poeta rifugge ogni estetismo con cui molti credono di fare poesia. Certamente ci influisce il fatto che è morto nel 1992. Dovremmo abche ricordarci delle parole di Clemente Rebora, che dopo aver visto in faccia la guerra e la morte, dopo un tentativo di suicidio da studente e poi un esaurimento nervoso per essere stato sul fronte, “giustiziò i libri” e scelse il sacerdozio, abbandonando l’insegnamento. La sua crisi interiore la risolse con la vocazione religiosa. Rebora concluse che la cultura era fasulla, che fasulle erano la “città che sale” e il suo progresso, che fasulla era la società tutta. Il poeta considerò che ormai la civiltà occidentale era arrivata al “punto di non ritorno” e che si doveva scegliere solo tra impegno politico e spiritualità. Insomma terzo escluso. Non c’erano alternative, compromessi, vie di mezzo. Era un aut aut impietoso. Una volta giunto al bivio tra le due opzioni (politica o religione) scelse la vocazione, ma questa decisione non fu dettata appunto dalla ragione, di cui aveva intuito debolezza, fallacia, limiti ma da un atto di fede. Ma quanti di noi oggi sarebbero disposti a rinunciare ai piaceri, alle comodità, alla convenienza socioeconomica, agli affetti familiari in nome di Dio?!? La religiosità richiede impegno, sacrificio. Ogni forma di spiritualità ha bisogno di liturgia e ritualità quotidiane. Saremmo in grado di osservarle? Saremmo abbastanza forti e pazienti?

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie, case editrici. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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