Riflessioni partendo dagli omicidi folli nella caserma in provincia di Como e al supermercato di Milano

“E io non ci sto più

E i pazzi siete voi…”

(Francesco De Gregori)

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Partendo dalla cronaca nuda e cruda…

In provincia di Como un brigadiere ha assassinato il suo comandante che non voleva reintegrarlo in servizio perché aveva problemi psichici. A Milano in un centro commerciale un disoccupato con problemi psichici ha ucciso un dipendente del supermercato e ferito 4 persone. I telegiornali e i quotidiani in questi giorni non parlavano che di questo. Il sensazionalismo giornalistico, le imprecisioni giornalistiche creano ulteriore disinformazione e stigma sociale sul disagio e la malattia mentale.

Riflettendo un poco più seriamente

Salta di più all’occhio il pazzo che uccide, il folle che fa una strage, ma secondo le statistiche di tutto il mondo non è assolutamente provato che i malati mentali siano più violenti dei cosiddetti normali e che compiano più crimini dei normali. Vogliamo forse ritornare a secoli fa quando probabilmente esisteva la nave dei folli (almeno per il filosofo Foucault esisteva)? Vogliamo forse riaprire i manicomi? Ogni uomo potenzialmente è tutto e potenzialmente è tutti gli uomini. Ma qui, senza stare a disquisire di atto e potenza come faceva Aristotele, viene da chiedersi, facendo riferimento alla moderna psicologia, perché alcuni giungono all’acting out, mettono in atto i loro impulsi omicidi (impulsi che abbiamo tutti)? Una risposta oggettiva, certa non c’è. Esistono risposte plausibili, alcune di convenienza, di comodo. Ritenere chi fa una strage sicuramente un folle può essere sia una risposta plausibile che di comodo. Ciò che dovrebbe far riflettere su queste due storie assurde in caserma a Como e al supermercato di Milano è che questi omicidi erano senza ombra di dubbio non solo folli, ma nei casi specifici uno una persona disturbata che non si era mai curata e un altro una persona disturbata che non era stata adeguatamente curata. È questo che dovrebbe far notizia, suscitare indignazione e scandalo.  Ma c’è anche un’altra cosa su cui riflettere: perché queste persone non erano curate per bene? Lo so bene che di fronte a degli omicidi istintivamente viene da identificarsi con le vittime, solidarizzare con le loro famiglie, con i loro figli ed è giusto, sacrosanto che sia così. 

Sulle strutture sanitarie, la società, la responsabilità individuale

Ma i problemi, se analizziamo con un minimo di razionalità e senza farsi prendere dall’emotività (secondo cui i folli diventano il capro espiatorio), stanno a monte: nella scarsità e nell’inadeguatezza delle strutture sanitarie, nell’indisposizione all’ascolto delle persone disturbate, etc etc. C’è da dire che anche la società emargina e al contempo la società odierna è sempre più alienante: l’alienazione e la solitudine alimentano la follia e i gesti folli. E affermando ciò non voglio colpevolizzare solo la società perché la responsabilità è individuale e questi due folli omicidi, assurti alla cronaca nazionale in questi giorni, hanno la colpa di non aver chiesto aiuto a uno specialista quando erano in tempo, di non essere andati a farsi curare. Quando si ha bisogno di aiuto psicologico si chiede aiuto psicologico. Questo dovrebbe essere un imperativo categorico valido per tutti. Ma spesso tutti negano i loro problemi psicologici perché i pazzi sono sempre gli altri. Verrebbe ulteriormente da chiedersi se una persona che compia un gesto omicida folle sia necessariamente folle o se questa sia una spiegazione ex post soltanto. Non dimentichiamoci inoltre che lo storico canadese Peter Vronky ricondusse la violenza dei serial killer negli Stati Uniti negli anni ’70, ’80, ’90 a quella della Seconda Guerra Mondiale: molti di loro erano  figli di veterani e lo spettro della guerra poteva  averli influenzati molto negativamente, in modo decisivo. Non dimentichiamoci quindi, anche se in modo minore, i danni psicologici e i traumi che sono stati causati da due anni di pandemia. Forse questi omicidi si possono, anche se solo per una piccola quota parte, spiegare in questo modo. 

I pregiudizi ancora diffusi sul disagio psicologico

Infine ci sono molti pregiudizi sul disagio mentale. Io nella “civilissima” Toscana ogni volta che vado da un medico o da una dottoressa in medicina, indipendentemente dalla specializzazione,  e gli comunico che sono disoccupato (per quanto collabori a testate online e blog culturali, ma questo non lo dico), che prendo psicofarmaci (sto benissimo da anni e anni. Li prendo soprattutto per prevenire una crisi e non sono mai stato pericoloso socialmente), vengo trattato in modo molto paternalistico, da essere subnormale, da poveretto. Una volta perché ho avuto un piccolo battibecco, peraltro a mio avviso più che legittimo e giustificato, con un medico è sopraggiunto un altro medico (una donna), che gli ha  detto per rabbonirlo: “lascialo stare. Non è normale. Prende psicofarmaci”. Ecco fino a quando ci saranno questi preconcetti di fondo perfino nella classe medica le persone faranno di tutto  per non rivolgersi agli specialisti della psiche. È chiaro che i medici salvano vite umane, ma sono pagati anche per rispettare i loro pazienti (altrimenti possono cambiare mestiere). Se hanno questo tipo di pregiudizi alcuni medici (e me ne accorgo dal loro linguaggio, dai loro atteggiamenti e comportamenti.  Suvvia non fate finta di non capire…), che dovrebbero dimostrare un minimo di comprensione, empatia, umanità nei confronti dei pazienti (il climax non è casuale ma causale), figuriamoci la cosiddetta gente comune! Quello che voglio dire è che la mentalità comune va cambiata.

Le resistenze psicologiche e culturali, conseguenti alla mentalità comune

Ci sono molte resistenze psicologiche e culturali a curarsi psicologicamente e ad assumere psicofarmaci perché le persone non vogliono essere viste male, non vogliono essere etichettate come folli. Ecco perché molte persone con problemi psicologici o psichiatrici non fanno il primo passo per andare da un esperto della psiche. Per tutti questi motivi alcune persone disturbate vengono lasciate sole con la loro follia, con il loro disagio mentale, giorno dopo giorno, fino all’esplosione di rabbia, di odio contro tutto e contro tutti. La follia se non curata e vissuta in solitudine totale può diventare un mondo altro, una rappresentazione distorta del mondo ma anche non vita, un insopportabile surrogato della vita stessa. E allora la persona disturbata che non tollera più l’infelicità propria e l’apparente felicità altrui compie la follia barbara, brutale, omicida!  A tutto ciò si aggiunga anche la faciloneria e l’orgoglio di alcuni che pensano di superare le loro crisi e risolvere i loro problemi psicologici da soli. In realtà molto spesso le crisi e i problemi non vengono superati, anzi si aggravano ulteriormente. 

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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