Su Battiato e sul senso della vita…

“Dentro di me vivono la mia identica vita

dei microrganismi che non sanno

di appartenere al mio corpo…

Io a quale corpo appartengo?”

(“Beta” di Franco Battiato)

Inutile giocare con gli intellettualismi. Alle volte è bene guardare in faccia la realtà,  guardarsi senza filtri e senza sconti allo specchio. Lo so che è sempre patetico fare dei bilanci esistenziali. È tutto tranquillo, ma qui il tempo potrebbe stringere. Inutili sono gli esercizi di stile. Inutile nascondersi e mentire a sé stessi. Sono qui; sono solo con me stesso e mi interrogo, interrogo me stesso, interrogo la mia vita. Oppure forse è la mia vita che interroga me e mi coglie come al solito impreparato.  Mi chiedo da dove vengano, dove nascano questi pensieri e non so dare una risposta.   Sono domande comuni sulla mia esistenza, ma mi stanno più a cuore di tanti sofismi di alto spessore culturale. Non mi fate la predica, la morale: forse per tutti la cosa che sta più a cuore è la nostra stessa vita, noi stessi e poco altri, e pochi altri cari. Non mentite. Non mentiamo. In queste righe non rincorrerò arzigogolati e complessi processi mentali. La vita, il mondo, la morte, l’amore, Dio possono essere approcciati, analizzati e vissuti in infiniti modi, semplici o complessi. Nessuno sa qual è il modo giusto. Forse dipende da persona a persona. Io scelgo un modo semplice, che mi sembra consono alla mia persona. Troppe elucubrazioni mi sembra che mi allontanino dalla vita, dalla verità. Forse complicherebbero inutilmente la mia vita: “take it easy”, direbbero gli inglesi.  Forse la via giusta è la ricerca della semplicità,  almeno per quel che mi riguarda. Le domande e le considerazioni che seguiranno saranno banali e scontate, ma pressano dentro me, vogliono uscire a tutti i costi; sento che devo comunicarle. Urgono dentro me. In tutta onestà cosa è rimasto? Cos’è rimasto di quel ragazzo? Cos’è rimasto di quel sedicenne insicuro, goffo, diffamato? Cos’è rimasto di quel sedicenne rifiutato dalle ragazze? E di quel diciottenne che faceva avanti e indietro da Firenze a casa per inseguire le sue coetanee? E di quel ventenne che cercava la sua generazione e provava l’amore durante un’occupazione? E di quello studente contestatore e svogliato? E di quel lettore accanito? E dei suoi amici, ora quasi tutti persi? Delle ragazze che ci sono state? Di quelle che lo hanno rifiutato? Di quelle sbornie con gli amici pisani? E di quei pomeriggi noiosi nel suo negozio!? E di una passante che gli sorrideva,  poi faceva sesso con tutti gli altri e non con lui? E di quell’epoca? Di quelle polemiche? Di quei dissapori? Cosa è rimasto di quegli incontri fugaci? Cos’è rimasto delle albe e dei tramonti visti? Degli incontri? Di tutti i visi e di tutte le voci? In tutta onestà mi chiedo, come Battiato in Mesopotamia, cosa rimarrà? Forse solo ricordi sbiaditi, impressioni, sensazioni, frammenti di conversazioni, qualche aneddoto, valori, disvalori, sensi di colpa, malinconie, nostalgie, senso di vuoto, poche idee (sempre le solite), che mi porterò con me nella tomba. Tutto ciò non è un patrimonio umano da tramandare ai posteri. A volte mi chiedo perché vivere, se della nostra vita tratteniamo e conserviamo poco e ancora meno lo comunichiamo agli altri. La ascolto spesso Mesopotamia di Battiato. È difficile trovare una canzone sia esistenziale che metafisica come quella.  Cosa rimarrà delle mie cose scritte? Delle parole dette? E poi mi chiedo a cosa è servita la mia vita? Si continua a vivere così ignorando il fine ultimo della vita. I giorni trascorrono brancolando nell’incertezza. I giorni trascorrono senza pensare alla fine.   L’umanità rifiuterà il mio lascito. Non sarà una vita degna di essere ricordata. Inutile essere troppo nostalgici e finire di cadere nel melenso. Ormai quel ragazzo è diventato un uomo attempato senza alcun ruolo. Un pover’uomo e per giunta solo. Lo so che c’è di peggio che sublimare piccole sofferenze interiori, disagi esistenziali, inadeguatezza, assurdità, solitudine. Non è però commiserazione ma la presa di coscienza di un dato di fatto. Di quel ragazzo, come di molti altri non resterà niente. Non finirà in nessun libro ed è molto meglio così.  Tutto questo non è un dramma. Ci sono vite che lasciano una traccia indelebile nella storia dell’umanità e altre come la mia che lasciano nell’aria per qualche istante soltanto la scia di un odore, di un profumo: appena il tempo di essere ricordato in estrema sintesi dal prete al funerale. Nel grande disegno dell’universo la nostra morte, quella dei nostri cari è un fattarello infinitesimale, di nessun valore, di nessuna importanza. Lo stesso mondo andrà avanti con noi o senza di noi, anche se alcuni si ritengono molto importanti.  Non è importante sapere cosa resterà,  a cosa è servito, dove finirà questo giorno, questa vita. Importante è averla vissuta. Già avere questa consapevolezza esistenziale,  questa accettazione del destino è abbastanza.  Si tratta di accettare il nostro destino, di amarlo. Amor fati, riprendendo gli stoici e Nietzsche.  Forse tutto passa e niente resta: ma anche questa è un’ipotesi tra le tante. In realtà non ne siamo sicuri. Importante comunque è esserci incontrati, aver sognato assieme, aver amato, aver cercato invano di lasciare una traccia nell’animo gli uni degli altri, aver cercato un senso, non averlo trovato e allora aver cercato  di dare un senso.  Importante è aver vissuto. Già amare il fatto che Qualcuno o Qualcosa, un ente superiore imprecisato o solo il caos ci abbia fatto venire al mondo e ci abbia dato in dono la vita è segno di un minimo di saggezza.  Tutto questo non lo potrà togliere nessuno a quel ragazzo, a tutti quei ragazzi come lui. Tutto questo non ce lo potrà togliere nessuno. E quando me ne andrò,  quando ce ne andremo ci saranno altri ragazzi con la stessa voglia di vivere e la stessa identica ricerca di assoluto. E poi altri ancora e poi di nuovo. Forse all’infinito o almeno fino a quando non si estingua l’umanità o finisca questo mondo. 

Se hai apprezzato questo articolo

Iscriviti

Adesso

Iscriviti alla nostra Newsletter per ricevere un aggiornamento mensile sugli ultimi articoli e approfondimenti.

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo precedente

Pasolini, Dante, il dialetto friulano e la neolingua 

Prossimo articolo

Paolo Volponi e la naturalezza della genesi poetica

Ultimi articoli di Arte e Cultura

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi