Su multinazionali, grandi uomini e disuguaglianze

"Ma adesso avete voi il potere,
adesso avete voi supremazia, diritto e Polizia,
gli dei, i comandamenti ed il dovere,
purtroppo, non so come, siete in tanti e molti qui davanti
ignorano quel tarlo mai sincero
che chiamano "Pensiero"..."
(Da "Canzone di notte n.2" di Francesco Guccini)

Sull’etica, il boicottaggio, la tassazione delle multinazionali

Ci dovrebbe essere un codice etico, una condotta aziendale. Ogni azienda dovrebbe avere valori etici. Ma negli Stati Uniti l’85% delle aziende sono provviste di codice etico. Le cose vanno forse meglio? Oppure è solo un documento pro forma? Anzi talvolta è carta straccia?  Ci dovrebbe essere una responsabilità aziendale da questo punto di vista. Ci dovrebbero essere banche etiche e una finanza etica. Questo non significa assolutamente riprendersela con l’impiegato di banca o il broker. Ma le multinazionali inquinano, sfruttano talvolta in Paesi del terzo mondo il lavoro minorile o comunque non tutelano i diritti dei lavoratori o li pagano poco. Il boicottaggio è possibile? È pura utopia? Può essere addirittura controproducente? È innocuo perché si rivela un innocuo atto dimostrativo? Si può tutelare di più i lavoratori del fast fashion, ovvero della moda a basso costo, con il boicottaggio? Oppure finisce per ritorcersi sugli stessi lavoratori? È possibile che lo sfruttamento dei lavoratori e l’inquinamento di certe aziende non comportino nemmeno un danno all’immagine del brand?

Hanno cercato anche con scarsa fortuna di boicottare i social media.  Viene da chiedersi se il boicottaggio porti a qualcosa di utile e se sia etico, legittimo.  In fondo come esiste la pubblicità positiva esiste anche quella negativa. Fa parte delle regole del gioco. Alcuni protestano vivamente per il boicottaggio culturale antirusso in tempi di guerra. Dicono che la cultura deve essere libera da censure e restrizioni.  Dicono che la letteratura russa fa parte della letteratura occidentale. Tutte cose giuste. Pochissimi si spingono oltre e cercano di capire se si possa considerare legittimo o meno il boicottaggio economico contro le multinazionali. Gli intellettuali parlano di ciò che li tocca in prima persona, ovvero del boicottaggio culturale, e non di ciò che è veramente importante, al di là di come la si pensi sulla guerra, ovvero del boicottaggio economico contro le multinazionali del mondo intero. Il problema è che per molti imprenditori il libero mercato dovrebbe essere un gioco senza regole o con le regole ridotte al minimo.

Alcuni si rifanno ai maestri del liberismo selvaggio, altri a uno Stato minimo ma solo dal punto di vista economico.  È lecito tutto ciò? In ogni caso come comportarsi? Che fare? Sarebbe meglio allora che tutti si rivolgessero al commercio equo e solidale? Perché quest’ultimo non è molto diffuso e stenta a decollare? Alcuni conservatori pensano che il consumismo sia come ne “La critica della ragione pura” per Kant la colomba che avverte l’aria come un ostacolo, ma senza cui non può volare. Fuori di metafora per alcuni conservatori non si può tornare indietro. Non possiamo ribellarci al capitalismo e al consumismo sfrenati?

L’erba del vicino è sempre più verde…

Nel frattempo quando si parla di evasione si parla soprattutto di quella del commerciante che non fa lo scontrino o dell’artigiano  che non fa la fattura. Questo è lo stereotipo. Poca cosa è l’evasione dei piccoli imprenditori. Certamente dovrebbero pagare le tasse. Comunque i mass media parlano poco o niente dell’accordo (saltato per ora) sulla tassazione minima globale del 15% sulle multinazionali. Come al solito l’evasione delle piccole imprese e del commercio nostrano è uno specchietto per le allodole. Come al solito il potere fa vedere al cittadino il dito e non la luna perché lo distoglie dalla luna, non indicandogliela mai. Sono rimasto al 19 maggio che la Polonia si era detta contraria su questa tassa globale, che secondo alcuni esperti potrebbe funzionare e secondo altri no. Poi non ne ho saputo più niente.

Allora è informazione questa ufficiale o talvolta disinformazione? Ci sono multinazionali che sfruttano leggi obsolete internazionali e hanno sede in paradisi fiscali, anche europei. È giusto questo? Ma è più facile fomentare l’odio sociale nei confronti del piccolo commerciante in crisi o dell’artigiano attempato e squattrinato che prendersela con un colosso mediatico o industriale. In fondo il piccolo imprenditore che lavora in proprio è una persona invidiata perché secondo alcuni ha i soldi, lavora in proprio, non paga le tasse. Ma è un’immagine falsa e datata. Ci sono sempre più crisi economiche, sempre più concordati e fallimenti. Diversi piccoli imprenditori sono oberati dalle tasse e dai debiti. Certo ci sono anche piccoli imprenditori furbastri e lestofanti. Ma difficilmente il grasso cola. Nel libero mercato non ci sono garanzie o tutele per i piccoli imprenditori: il pesce grande mangia il pesce piccolo. Questa non è una difesa di imprenditori e commercianti che hanno anche le loro colpe.

Ci sono tra di loro ricchi individui, che evadono non come alcuni perché hanno l’acqua alla gola ma per il gusto di non rispettare le regole e arricchirsi facilmente. Ci sono tra di loro ricchi individui che sfruttano giovani dipendenti (non a caso la generazione Z è stata chiamata generazione delle 280 euro). Ci sono piccoli imprenditori edili che fanno lavorare in nero operai, che se poi muoiono sul lavoro risulta che quello era il loro primo giorno di lavoro. Ci sono commercianti che dichiarano ai giornali che non trovano dipendenti per colpa del reddito di cittadinanza e poi non cercano i candidati all’ufficio di collocamento perché dovrebbero dichiarare ufficialmente paga, orario, mansioni, condizioni lavorative, tipo di contratto,  etc etc e a loro non conviene farlo.

Eroi e camerieri

I grandi imprenditori e i presidenti delle corporation comunque  vengono ammirati, osannati, elogiati, nel peggiore dei casi temuti e rispettati. Nessuno li biasima. Anzi spesso pochi sanno i loro nomi. Spesso sono conosciuti solo a chi lavora nel mondo dell’alta finanza. Un tempo il grande industriale era amato e odiato allo stesso tempo. Era amato perché creava posti di lavoro. Era odiato perché secondo l’ottica marxista sfruttava i salariati. Oggi l’odio sociale è contenuto. Anzi non esiste quasi più. C’è un’invidia sociale nei confronti dei pesci piccoli. Per primo perché si invidia tutti chi ha qualcosa che ha ciò che noi non abbiamo e ci è vicino. Inoltre anche perché nei pesci piccoli, vivendo gomito a gomito, vediamo limiti e difetti.

Come sosteneva Hegel: “Per il cameriere l’eroe non esiste: esiste per il mondo, per la realtà, per la storia”. Il grande uomo non è mai tale per chi gli sta accanto. Siamo tutti esseri umani con difetti. Siamo tutti fallibili. E anche se uno fosse un grande uomo davvero l’invidia, la miopia, l’amor proprio di chi gli sta accanto non lo farebbero vedere come tale. Il grande personaggio ricchissimo e potentissimo invece lo vediamo mitizzato e idolatrato da tutti, in primis venerato dai mass media.  Non possiamo perciò non amarlo. Non conosciamo limiti e difetti. Sappiamo che molti lo esaltano, parlano solo dei suoi meriti e del suo talento. Poi il libero mercato è darwiniano e la mente di molti occidentali è darwiniana. Molti credono che chi ha avuto successo sia il migliore,  abbia qualcosa in più: una convinzione radicata in molti, se non un mantra capitalista diffuso.

Tutti entrano nel buio

"O buio buio buio. Tutti entrano nel buio,
I vacui spazi interstellari, i vacui nei vacui,
I capitani, banchieri d’affari, eminenti letterati
I mecenati generosi, gli artisti e i capi,
Gli amministratori pubblici capaci, presidenti di molte commissioni,
Grandi industriali e piccoli fornitori, tutti entrano nel buio,
E buio il sole e la luna. E l’Almanacco di Gotha
E il Gazzettino della Borsa, il Dizionario dei Dirigenti,
e freddi i sensi e perso il motivo dell’azione.
E noi tutti andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Funerale di nessuno, perché non c’è nessuno da seppellire.
Io dissi alla mia anima, sta’ quieta, e lascia che ti avvolga il buio
Che è il buio di Dio. Come, a teatro,
Le luci si spengono per il cambio di scena…"
(Da "Quattro quartetti" di Eliot)

Ecco allora che quando muore un grande capitalista tutti vanno a commemorarlo.  Diventa un atto civile dovuto, un omaggio alla memoria necessario. Diventa un obbligo presenziare alla camera ardente, porgergli un ultimo saluto. Ecco che dopo la dipartita avviene quella che io chiamo una sorta di beatificazione laica. So per certo che alcuni decenni fa alcune operaie e alcune mogli di operai andavano a baciare i piedi di un grande industriale (ometto il nome) nella bara,  del “padrone”, pur essendo comuniste e donne di comunisti. Non a caso tempo fa Milva cantava  “La filanda”, storia d’amore tormentata tra il figlio di un padrone e una lavoratrice. L

a stessa identica tematica era affrontata in “La Califfa” di Alberto Bevilacqua, che vendette molte copie. Anzi si potrebbe affermare che il più efficace metodo di mobilità sociale era per l’appunto per molti anni il matrimonio di interesse.  Spesso al contrario la guerra non è tra ricchi e poveri, ma tra gli stessi lavoratori, messi gli uni contro gli altri. Così è guerra tra statali e partite Iva, tra l’operaio che ha un contratto a tempo indeterminato e rischia di finire sotto a una pressa e l’operatore di un  call center sottopagato e precario, oppure tra l’operaio dell’altoforno che rischia di essere sommerso dalla ghisa e il rider non tutelato e sfruttato.  Tutti a rivendicare diritti, tutele, stipendi, vantaggi che l’altro ha. 

Oppressi, oppressori, disuguaglianze, inerzia del mondo

Come scriveva Fortini:

"…….Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa."

La colpa si dice spesso è del sistema iniquo. Però questo significa assolvere tutti, non cercare e non attribuire responsabilità individuali e doveri. La colpa sarebbe di nessuno.  Invece sarebbe meglio che i ricchi e i potenti si facessero un esame di coscienza e prendessero anche coscienza di come tutti quanti come scrisse Totò “appartenimmo à morte”, tutti quanti cioè siamo carnali e mortali. Alcuni invece pensano che tutto gli sia dovuto e che ogni loro sopraffazione sia lecita, come se sia nel destino degli uomini essere fatti per comandare o per essere comandati e che tutto di conseguenza faccia parte nell’ordine delle cose, della natura stessa. Certi potenti dovrebbero preoccuparsi di più delle ingiustizie del pianeta. Invece pochi ne parlano.

Secondo il World inequality report 2022 il 10% della popolazione mondiale possiede ora il 76% di tutta la ricchezza. Secondo i dati ISTAT per esempio: nel 2021 persi 735 mila posti di lavoro. Nel 2020 si contano oltre 2 milioni di famiglie in povertà, con un’incidenza passata dal 6,4 del 2019 al 7,7%, e oltre 5,6 milioni di individui, in crescita dal 7,7 al 9,4%”. Anche le disuguaglianze sono un freno economico, un’inibizione al progresso. Infine ma non meno importante c’è la miopia dei potenti nei confronti dello sviluppo sostenibile e dei cambiamenti climatici. Come non dare ragione a  Greta Thunberg e prima di lei a Jonas, che parlava di etica della responsabilità? La crescita economica come lo sfruttamento delle risorse naturali non possono essere infinite. Per i più deboli ormai una delle poche e magre consolazioni è che prima o poi ci sarà una “livella” per tutti. Nel frattempo chi potrebbe cambiare il mondo non lo cambia. I potenti restano con le mani in mano. La popolazione non protesta abbastanza. È vero:  ognuno ha la sua vita e il potere decisionale di un singolo cittadino è quasi nullo, infinitesimale. Cosa posso fare io nel mio piccolo? Questa è una domanda che resta senza risposta spesso. Nel frattempo il collettivismo ha fallito.

L’individualismo appiattito e omologato nostrano non sta meglio. Il capitalismo non è ancora democratico e non so  se lo sarà mai. Chi comanda vorrebbe far credere che questo tipo di democrazia e di capitalismo non abbiano alternative. C’è da dire che per la tutela degli interessi in gioco e per egoismo anche se le alternative valide ci fossero non solo non verrebbero sperimentate ma nemmeno contemplate dal sistema, considerate di primo acchito irrealizzabili e utopiche. È molto difficile a ogni modo stabilire astrattamente quali alternative a questo attuale sistema siano valide o meno. Ma nei potenti un dubbio almeno, un interrogativo dovrebbe nascere. Il mondo va avanti per inerzia verso il disastro ambientale, verso l’abisso. 

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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