PADRONE BIANCO, LAVORO NERO
nero è il mantello del mietitore
Bianca la morte del lavoratore
Bianco il padrone e il caporale
Nero il lavoro del “capitale”
Dipinto bicromo di odio su tela
Ginocchio bianco su collo nero.
Un manganello nero su testa pensante il colletto bianco rende più esuberante.
Bianca la carta del legislatore
Nero è il sonno della ragione.
Nero l’abisso del Mediterraneo
Bianco il cavallo del miliardario.
Bianca la polvere dell’imprenditore
Nera la faccia dello spacciatore.
Nero l’inchiostro di media e giornali
Bianca la bava dei patrioti nazionali.
Nera la gabbia della categorizzazione
Bianca la sabbia del paradiso fiscale
Bianca e virginea l’autocoscienza
Putrida e nera la reale coscienza.
Bianco più bianco che non si può
ma un altro nero proprio non si può
“Affonda la barca!!!” urla la bianca che di esistere il nero proprio non si stanca.
Per il popolo, in tv, suda il bianco senatore
Mentre il nero fa la pacchia, nella piantagione.
Fa la pacchia il nero carbonizzato
Mentre il bianco, per lo sbarco, sbraita tutto affaticato.
Il nero? Lo accetto, a cuore aperto
Se fa quello che dico, sta zitto e sta sotto
Posso promuoverlo quasi a liberto.
Al nero il bianco ruba, per il suo bene.
Gli insegna perfino a protestare bene.
Perché i pacifisti piacciono a tutti, soprattutto da morti. (Tratto dal libro “Fondamenti di Utopia di Daniele Fiorenza)
“Se io qui mi tagliassi il braccio, come uscirebbe il sangue?” Mi domanda Aboubakar dal Senegal 35 anni, “Rosso”. Risposi e continuai “tu hai due occhi, un naso, due orecchie, i denti e un cranio uguale a me. Ma sei nero. E quindi? Qual è il problema per qualcuno?” Eravamo seduti in un bar e Abou ci ha offerto qualcosa da bere.
Prima però eravamo scesi in piazza e fatto il nostro dovere ed eseguito il nostro diritto di dissentire. Sabato 13 giugno 2026 si parla ancora di razzismo e si scende in piazza. Anche Vittoria è stata una delle tante piazze d’Italia che quel giorno si è mobilitata contro la propaganda della “remigrazione” sbandierata dal generale Vannacci. Eppure, a Vittoria in provincia di Ragusa (Sicilia), lo scenario saltava all’occhio per un dettaglio tutt’altro che trascurabile: al presidio non c’erano donne, solo uomini. Una piazza a metà, specchio di una comunità invisibile che vive nell’ombra del nostro sistema produttivo. “Se le donne abbassassero le braccia, il cielo cadrebbe“. (Proverbio Africano)
Nel frattempo che elaboro questo articolo il parlamento ha definitivamente approvato il nuovo regolamento rimpatri. L’Europa ora è fortezza reale, il diritto d’asilo non è più garantito e i respingimenti sono una pratica legalizzata. I migranti, non i delinquenti, possono essere reclusi fino a 30 mesi, anche in strutture fuori dall’Unione europea, compresi i bambini. Le sinistre in Italia di questo non parlano, a parte qualche eccezione.
Preferiscono rincorrere le destre sull’equazione a loro preferita, immigrazione=insicurezza. E infatti è arrivato Vannacci…
“Prima vennero per i socialisti, e io non dissi niente, perché non ero socialista. Poi vennero per i sindacalisti, e io non dissi niente, perché non ero un sindacalista. Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi niente, perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me, e non c’era più nessuno a protestare per me.”
Nel commentare una mia storia social della marea di gente a Roma che manifestava contro le parole del generale, un conoscente mi scrive: “Sinceramente io sono per chi non fa un cazzo e spaccia, via da quì” (rituona come se a parlare fosse il generale Vannacci) ed io ho risposto: “Sinceramente lo dicono anche loro stessi, figurati”. Ovviamente nessuna risposta.
Cittadini italiani di oramai, settime generazioni, abitano sul nostro territorio da anni e sono vergognosamente senza cittadinanza. Uomini, donne e bambini quest’ultimi nati anche in Italia, che tengono in piedi l’economia agricola del Paese, avrebbero il diritto di essere nominati Cavalieri del Lavoro dal Presidente della Repubblica, anche se in realtà preferirei si eliminare quest’usanza. Invece, la cronaca recente ci restituisce immagini barbariche: braccianti sfruttati dal caporalato, costretti a vivere in quattro in case fatiscenti da 300 euro al mese, o peggio, bruciati vivi nelle campagne, trattati alla stregua del peggior nemico o di un traditore mafioso.
I loro nomi: Amin, Ullah, Safi e Waseem, il più grande aveva 29 anni nelle campagne calabresi. Purtroppo le condizioni di un sistema mafioso e radicale si estende in tutto il territorio specialmente al sud dalla Lucania fino in Sicilia. La furbizia del governo, fa entrare i migranti il caporale di turno li sfrutta. Campi che provocano un danno ambientale enorme dato dalla massiccia quantità di plastica utilizzata, dai fitofarmaci nelle campagne e dalle fumarole. A Ragusa e provincia, con il termine “fumarole” ci si riferisce al rogo illegale di rifiuti agricoli. È una pratica criminale diffusa nella fascia trasformata (Vittoria, Acate, Santa Croce Camerina, Ragusa) dove vengono bruciate le plastiche e gli scarti delle serre, rilasciando diossina nell’aria. Inoltre segue lo sfruttamento di migranti, uomini e donne sottoposti ad orari di lavoro estenuanti e costretti a vivere in baracche e casolari abbandonati. Le donne sono sotto la costante minaccia di violenze e di abusi. Tutti i CPR non sono altro che luoghi di morte, come le carceri. Il vero degrado è la Fascia Trasformata.
Mentre in Italia si blatera di espulsioni e “remigrazione”, la vicina Svizzera ha recentemente mostrato come la propaganda possa essere sconfitta dai fatti. Chiamata alle urne con un referendum della destra populista per porre un tetto rigido di 10 milioni alla popolazione (bloccando ingressi, ricongiungimenti e accordi di libera circolazione europea, italiani inclusi), la cittadinanza svizzera ha respinto la proposta con oltre il 55% di voti contrari.
“Gli svizzeri hanno capito che sul welfare non c’è un problema di pressione migratoria, ma di tagli ai servizi. Le persone capiscono, nonostante la propaganda martellante che in quel caso colpiva anche i migranti italiani, soprattutto meridionali”. Come ha sottolineato Giuseppe Scifo (Dipartimento Immigrazione CGIL Nazionale)
Dalla Legge Martelli al Decreto Cutro: l’illusione della sola “Forza Lavoro”
L’approccio italiano all’immigrazione, regolamentato a partire dalla fine degli anni ’80, si è sempre mosso sul filo del binomio ” capitale-braccia. La Legge Martelli fu la pioniera nell’introdurre le quote d’ingresso (l’antenata del Decreto Flussi), spinta da un mercato che richiedeva manodopera a basso costo per produrre esubero di profitto. Successivamente, la Turco-Napolitano e la Bossi-Fini compresero che non si trattava solo di “braccia”, ma di persone: donne, uomini, famiglie. Nacquero così i CTP (Centri di Permanenza Temporanea), i primi passi verso un’idea strutturata di integrazione.Oggi, dopo decenni di decreti, più o meno corretti per il migrante, fino ad arrivare al Decreto Cutro/Salvini, l’approccio securitario ha preso il sopravvento. Nonostante gli sforzi titanici del terzo settore, l’istituzione fatica a superare l’equazione Migrante = Forza Lavoro. Manca una visione sull’impatto sociale e sull’integrazione culturale, lasciando i lavoratori in balia dello sfruttamento.
Il viaggio della speranza: la legge non scritta del sacrificio.
Dietro ogni bracciante che piega la schiena nelle serre di Acate o Scoglitti c’è un’odissea invisibile che tutta la retorica politica ignora. Spesso a partire è il primogenito maschio, o il figlio fisicamente più forte, quello con più “capitale sociale”, capace di parlare lingue diverse. Una legge non scritta in Africa Sub-Sahariana, nel Nord Africa o in paesi come il Bangladesh: la famiglia investe tutto e sacrifica un figlio per dare un futuro a tutti gli altri.
Il viaggio non è una linea retta. È un crocevia infernale di paesi di transito, come il Niger, snodo cruciale e sottovalutato dove avviene la compravendita di nuovi schiavi. Si viaggia a piedi, su Jeep di fortuna, nel deserto. Molti muoiono prima di vedere il mare. Chi arriva in Tunisia o nelle carceri private della Libia subisce torture, stupri sistematici (nel caso delle donne) e sequestri a scopo di riscatto. I carcerieri intercettano i compaesani, chiamano le famiglie d’origine e le costringono a vendere tutto. Una volta pagato, si viene spesso rirapiti. Ecco perché arrivano senza documenti: i passaporti sono il primo bottino dei trafficanti.
Gli sbarchi fantasma e i segni sulla pelle
Quando si parla di sbarchi, si pensa ai grandi scafi intercettati. Ma sulle spiagge di Pozzallo, Acate o Scoglitti esiste il fenomeno dei cosiddetti sbarchi fantasma. Piccoli barchini di legno abbandonati sul bagnasciuga, con scritte in arabo che invocano la protezione di Allah, e accanto i vestiti bagnati di chi è già fuggito per non farsi intercettare dalla “legge di Stato”.Chi viene salvato dalla Guardia Costiera porta i segni del viaggio impressi sulla pelle e i controlli che avvengono direttamente sulla nave sia se si tratta di una ONG e anche dalla Guardia Costiera Italiana. “Prendono dei migranti in mare, non li salvano mentre stanno per affogare; per me sono taxi”. Tuona per poi ovviamente rinnegarlo l’ex leader del Movimento 5 stelle ed ex vicepresidente della camera nel 2017. Questa è la classe politica che purtroppo ci ritroviamo dal ridente anno 2017. Nel 2026 è peggio.
Non solo la scabbia contratta nelle prigioni libiche, ma ustioni chimiche gravissime causate dalla benzina miscelata all’acqua di mare che si rovescia nelle imbarcazioni durante le 42 ore di traversata. “Avete incontrato la guardia costiera Libica?” Dico ad Abou. ” Si si”. Nessun’altra risposta. L’arrivo ufficiale devia poi la filiera verso gli Hotspot (come quello in contrada Cifali a Comiso), strutture di primissima accoglienza e identificazione, presidiate dall’esercito, dove si consuma la burocrazia delle impronte digitali tra la stanchezza e il trauma.
L’allarme sociologico: i “Missing Children” e il muro scolastico
Un focus drammatico riguarda i MSNA (Minori Stranieri Non Accompagnati). Molti di questi ragazzi arrivano a 16 o 17 anni con un enorme debito economico sulle spalle contratto dalle famiglie per pagare i trafficanti. Poiché in Italia i minorenni non possono lavorare, molti scappano dalle strutture di accoglienza per cercare denaro. È il fenomeno sociologico dei Missing Children: bambini invisibili che diventano prede facili per le reti criminali autoctone, finendo nel giro dello spaccio, dello sfruttamento lavorativo estremo o della prostituzione. Per chi resta, il sistema educativo italiano mostra tutti i suoi limiti. Manca un’educazione transculturale.
Di fronte a un minore che parla arabo o dialetti sub-sahariani, le istituzioni scolastiche spesso alzano le mani e ritrovandosi insegnanti non idonee: classi pollaio, burocrazia sui titoli pregressi e barriere linguistiche negano, di fatto, il diritto all’istruzione e la possibilità di ricostruirsi un’identità. Fuoco alle serre? No, dignità e giustizia soprattutto per Daouda scomparso nelle campagne di Acate dove ancora oggi si fanno ricerche. “Don Ciotti: “Costituzione tradita. Cancelliamo la Bossi Fini” “E allora che parli”, dice don Ciotti, “che abbia il coraggio di avere coraggio, perché l’omertà uccide la verità“. Ed è un appello che va oltre Acate, si allarga alla Sicilia, al Paese, che ha bisogno di verità “che non si fermi in superficie ma vada a fondo, la Costituzione deve diventare carne e vita e noi l’abbiamo tradita”. Quell’articolo 1 su cui si fonda e si regge che – ricorda – ” l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro e dunque sui diritti, perché senza diritti non è lavoro, è sfruttamento “. E quell’articolo 3, prevede che tutti siano uguali davanti alla legge. Ma oggi in Italia non è più così. ” Ma chi decide chi ha il diritto di vivere e chi no? L’immigrazione non può essere un reato”, tuona don Ciotti, che chiede di cancellare la Bossi-Fini e fermare la conversione in legge del decreto Cutro che vuole cancellare la protezione speciale, invoca verità e giustizia per Daouda, nostro fratello, chiede sostegno alla sua famiglia in Costa d’Avorio, che lui, promette, incontrerà e a cui porterà aiuti e sostegno, e che al paese chiede di “adottare, perché Daouda era cittadino di Acate”. Davanti a tutto questo, stupisce la calma e la dignità dei lavoratori in piazza. “Noi siamo brave persone“, dice Aboubakar.
Una compostezza che contrasta con la rabbia di chi guarda da fuori e vorrebbe vedere “il fuoco nelle galere e nelle serre di merda” per poi spazzare via il caporalato. La rabbia c’è, è palpabile, ma questi ragazzi non possono permettersi il lusso di avere problemi con la legge. Chiedono solo i propri diritti e l’essenziale: che il loro sangue venga riconosciuto rosso come quello di chiunque altro, e che la terra che coltivano per noi italiani, gli stessi che nessun italiano del Sud Italia vuole più fare cioè il lavoro di bracciante. La terra non dev’essere mai più il loro cimitero.
Ed i razzisti di casa nostra non devono prendersi la briga di fare tutta un’erba un fascio. Quando i siciliani andavano in America a incoronare il sogno altrui non erano per niente “brave persone” e gloriosi “lavoratori”. Ricordate Charles “Lucky” Luciano (nato Salvatore Lucania)? Ecco, è considerato il padre del crimine organizzato moderno negli Stati Uniti e il creatore della “Commissione” che unificò le Cinque Famiglie di New York. Nato in Sicilia nel 1897 ed emigrato negli USA, ha rivoluzionato la mafia gestendola come una vera e propria azienda. Quindi “Bravi lavoratori” non direi proprio. Io da siciliana mi vergogno di questa gentaglia.