Sui limiti della conoscenza umana, ovvero alcune questioni di epistemologia…

Tommaso d’Aquino, gli innatisti e gli empiristi, la deduzione e l’induzione

Come nasce la conoscenza? Com’è che l’uomo si rapporta alla realtà? Tommaso d’Aquino sosteneva che nulla è nella mente che non sia già stato nei sensi e Leibniz precisò: “tranne l’intelletto stesso”. Secoli fa ci fu una grande disputa filosofica tra coloro che ritenevano le idee innate e coloro che le ritenevano scaturite dall’esperienza. I primi erano gli innatisti, i secondi erano gli empiristi. Ci fu anche chi come Berkeley con il suo principio “essere è essere percepito” proponeva l’immaterialismo. Ma come si conosce? Già per Aristotele la conoscenza è sia spiegazione che generalizzazione tramite osservazioni. Galileo, Bacone, Mill pensavano che si dovesse conoscere tramite esperimenti, rintracciando così le cause dei fenomeni. Per gli antichi c’erano due modi di conoscere: la deduzione (dall’universale si va verso il particolare) e l’induzione (dal particolare si va verso l’universale). Però molti filosofi hanno sempre ritenuto superiore la deduzione all’induzione.

L’induzione: pregi e difetti

Theobald già avvertiva che però non si “può valutare l’induzione” con una logica deduttiva, ma è l’unico modo che abbiamo per giudicare l’induzione. Lo stesso Hume era interdetto a riguardo. In Enquiry scriveva: “L’inferenza non è intuitiva, né dimostrativa. Ma allora di che natura è?”
Popper è noto a molti per aver criticato l’induzione. Secondo il filosofo esiste una asimmetria logica tra verificazione e falsificazione perché non basta una grande quantità di prove a confermare una teoria scientifica, mentre basta un solo caso negativo per smentirla definitivamente. Per Popper l’induzione e il principio di verificazione che ne consegue non sarebbero scientifici. Una teoria invece sarebbe scientifica soltanto solo se può essere falsificata. Il marxismo e la psicanalisi per Popper quindi non sarebbero teorie scientifiche. La scienza perciò procederebbe in modo deduttivo tra “congetture e confutazioni”. Un conto però è la teoria. Un altro è la prassi. Che cosa sarebbero i medici senza induzione, ovvero senza pratica ed esperienza? Non devono anche loro vedere molti casi per diventare dei medici competenti? La critica che Popper fa alla psicanalisi e al marxismo non potrebbe forse essere rivolta alla medicina in genere? In mancanza di meglio ci si dovrebbe accontentare dell’induzione. Già Bertrand Russell aveva criticato l’induzione con l’esempio del tacchino induttivista, a cui danno sempre da mangiare ogni giorno, lui crede che gli diano da mangiare anche durante le feste e invece lo ammazzano per mangiarlo. Bastava già aver compreso bene il tacchino induttivista per non formulare l’errato principio di verificazione proposto circolo di Vienna (che poi il circolo di Vienna era contro la metafisica, ma anche il principio di verificazione era in un certo qual modo metafisico). L’induzione ci vuole nella ricerca scientifica e senza di essa il tacchino di Russell morirebbe d’inedia molto prima delle feste. Nella nostra vita quotidiana risulta molto utile, addirittura necessaria, l’induzione. E poi l’induzione totale non esiste, perché per passare da un certo numero di osservazioni a una legge scientifica ci vuole non solo l’esperienza ma anche una teoria solida! Non solo ma come scrive Popper noi osserviamo qualcosa su cui abbiamo già delle aspettative in base a delle nostre teorie. Il problema non è tanto la correttezza o meno dell’induzione, ma il nostro atteggiamento verso di essa. Ad esempio la psicologia ha dimostrato scientificamente che ognuno tende a cercare conferme e non smentite alle sue teorie quando invece dovrebbe più correttamente cercare di falsificare, come insegna giustamente Popper. Inoltre è grazie all’induzione se mangiamo, beviamo, prendiamo medicinali e ci manteniamo in vita. Senza l’induzione la ricerca scientifica cosa sarebbe? Pensiamo soltanto al calcolo delle probabilità. Ebbene i matematici non sono certo giunti con la pura logica deduttiva alla conclusione che se facciamo testa o croce c’è il 50% di probabilità che esca testa ed il 50% di probabilità che esca croce. Assolutamente no. Lanciavano mille volte la moneta e dopo annotavano il numero di lanci che usciva testa e il numero di lanci che usciva croce. La stessa cosa facevano con i dadi. Quindi senza l’induzione non avremo il calcolo delle probabilità su cui si fonda oggi ogni scienza, visto che oggi tutto è multifattoriale e statistico-probabilistico. È anche vero che non tutto ciò che è oggetto di studio è osservabile e confutabile. Prima delle equazioni di Maxwell la fisica era in gran parte determinata dall’induzione. Recentemente con gli esperimenti mentali di Einstein e i paradossi della meccanica quantistica non tutto il campo di indagine della fisica può essere riscontrato oggettivamente. Oggi lo strumentalismo e l’operazionismo sono in crisi. C’è un grande dibattito tra scienziati. Gli epistemologi e gli storici della scienza osservano la situazione.

La curva a J di Einstein

Probabilmente il miglior apporto all’epistemologia lo ha dato Einstein in una lettera all’amico Solowin, in cui sintetizzava la conoscenza scientifica con una curva a J, che prevedeva induzione, deduzione, esperimenti scientifici, osservazioni, conclusioni teoriche. Nella figura E è la realtà con una miriade di dati. J è il salto che permette di creare A, ovvero la teoria scientifica. Le varie S sono i fenomeni che si dovrebbe osservare secondo la teoria. Queste asserzioni vanno riscontrate: ecco perché ci sono delle frecce delle S verso E, ovvero la realtà. Da notare che la curva a J è il modo di elaborare la teoria che è anche intuitivo. Questo circolo ermeneutico è illimitato, continuo. In un semplice schema Einstein aveva riassunto la metodologia scientifica.

I limiti della deduzione e della razionalità umana

Ma anche la logica deduttiva ha le sue pecche, le sue tare, i suoi paradossi, i suoi difetti. Herbert Simon non a caso nel 1955 ha coniato un nuovo termine, ovvero “la razionalità limitata”. In psicologia il cognitivismo ha scoperto i limiti della nostra memoria a breve termine. Ancora più recentemente in psicologia sono state scoperte le euristiche, ovvero delle scorciatoie cognitive che tutti mettiamo in atto e che spesso ci conducono a compiere errori. Il paradosso del barbiere di Russell e i due teoremi di Gödel hanno dimostrato che la matematica non è una scienza esatta, come si diceva anticamente. Il principio di complementarietà di Bohr e quello di indeterminazione di Heisenberg hanno dimostrato i limiti conoscitivi della fisica. Di limiti mentali, psicologici, ontologici ne abbiamo a bizzeffe. Ma tutto ciò è ben poca cosa. La consapevolezza non è così diffusa, anche se qualche passo in avanti è stato fatto dall’umanesimo e dalle scienze umane recentemente. L’atteggiamento dominante però è un nuovo superomismo (parlare di titanismo sarebbe troppo poco) sotto forma di scientismo. La scienza moderna non si pone limiti; anzi c’è la convinzione diffusa che la conoscenza debba progredire all’infinito e possa manipolare tutto. Il progresso scientifico viene considerato cumulativo e progressivo. D’altronde questa sorta di ottimismo epistemico è dovuto al fatto che l’homo sapiens, nonostante non si sia ulteriormente evoluto cerebralmente (siamo dei nani sulle spalle dei giganti) negli ultimi millenni, è riuscito a compiere grandi imprese scientifiche. Però non si riescono mai a prevedere le conseguenze nefaste di certo sviluppo tecnologico. Non sappiamo se sia superbia, incoscienza, irresponsabilità o miopia. Forse entrambe le cose. Di certo c’è anche del buono. Nessuno può criticare i progressi della medicina e della tecnologia. Non si può certo gettare il bambino con l’acqua sporca. L’intuizione artistica è considerata comunque puro irrazionalismo, la riflessione filosofica invece vetero-umanesimo, il senso comune è invece considerato una serie di ovvietà. Purtroppo l’unica razionalità è considerata quella scientifica. È essa a ogni modo che risolve i problemi pratici e ci allunga la vita. Chi si lamenta di questo stato di cose viene mal tollerato o deriso. Nel migliore dei casi viene giudicato con bonaria indulgenza un retrogrado o un ingenuo. Ma mentre è sempre più diffusa questa fiducia smisurata per la scienza, per “le magnifiche sorti e progressive”, è da decenni che anche la razionalità umana viene considerata limitata.

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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