Sulla distruttività di ognuno…

C’è chi scrive per non uccidersi e  chi scrive per non uccidere. La poesia o sedicente tale mi ha salvato dall’autodistruzione e anche dal carcere. Se non ho commesso cose atroci è anche perché mi sono aggrappato alla scrittura. Se non scrivessi la probabilità di comportarmi peggio di ora sarebbe molto più elevata. La scrittura per me è un rifugio, una valvola di sfogo, una via d’uscita. Non la metterei sul piano dell’autoterapia. Tralascerei il fatto che scrivere è consolatorio, formativo oppure creativo.  Direi che non è salvifico ma catartico.   Quando scrivo cerco chiarezza in me, ma cerco anche serenità.  È un modo per ripristinare lo squilibrio emotivo, per placare l’animo. C’è spesso un interrogativo assillante o una tempesta emotiva che mi turba l’animo e allora scrivo. Non solo sublimo la mia sessualità, ma sublimo anche la mia rabbia e il mio dolore esistenziale. Io scrivo per me. Come scrive la poetessa Lavinia Frati “gli altri sono un surplus”. Io non scrivo per i premi o per i like.  Del consenso a ogni livello me ne strafotto. Io non cerco sintonia, intesa, amore ricambiato. Io voglio esprimere la mia dissonanza, la mia discrepanza completa nei confronti di questo mondo assurdo e ingiusto, di un’umanità sempre più alla deriva (anche la mia). De Gregori in una sua canzone cantava a proposito di ciclismo: “quando si correva per rabbia o per amore”. Io ho scritto e scrivo sia per rabbia che per passione, per amore. Scrivere non è un modo per salvarsi l’anima, ma è un modo per salvarsi su questa faccia della Terra: è un modo per non essere migliori, ma almeno per cercare di non essere peggiori. Scrivere mi ha messo lontano dai guai. In alcuni periodi bui è stata la mia ancora di salvezza, anche se non bisogna mai chiedere troppo alla scrittura. Il grande psichiatra Andreoli in un suo celebre libro “Voglia di ammazzare”  riporta certi sondaggi in cui la maggioranza delle persone desidera costantemente uccidere qualche persona che considera antipatica, antagonista, nemica. Detto in termini neuropsicologici è il nostro cervello rettile che ci porta alla distruttività.  Detto in termini psicodinamici è il nostro inconscio che ci fa desiderare di uccidere: siamo tutti dei serial killer nel teatrino del nostro inconscio. Quante volte abbiamo desiderato/pensato di ammazzare qualcuno? Secondo Freud già durante il complesso edipico in tenera età vogliamo ammazzare il padre. Hobbes conia l’homo homini lupus. Fromm ha scritto un saggio sulla questione, ovvero “Anatomia della distruttività umana” per spiegare le guerre, il sadismo, la necrofilia del ventesimo secolo. La nostra cultura occidentale è permeata da una cultura necrofila. Lo stesso Andreoli scrive che lui stesso avrebbe voglia di ammazzare qualche psichiatra che odia. Chiunque può essere soggetto ai sequestri emotivi, descritti da Goleman, quelli in cui predomina su tutti l’amigdala, insomma  alle esplosioni di rabbia. Un giornalista comunista era solito dire che i cinque minuti in cui siamo fascisti ce li abbiamo tutti. Ma il detto varrebbe anche se dicessimo che i cinque minuti in cui siamo comunisti ce li abbiamo tutti, vista la violenza esercitata nella storia dai comunisti. Ieri sono andato a farmi il vaccino, la mia quarta dose contro il Covid  (non dico dove l’ho fatto. Potrei averlo fatto o 1 km da casa come a 50 km da casa. È il concetto che sta dietro all’aneddoto che  conta). Ebbene il personale paramedico e medico mi ha fatto arrabbiare tantissimo con la sua scortesia. Si sono rivelati molto indisponenti. Ho avuto cinque minuti di grandissima rabbia perché tutto ciò era incomprensibile. Era fuori luogo e assurdo il loro comportamento nei confronti di una persona che andava semplicemente a vaccinarsi e secondo i messaggi che la sanità aveva fatto passare svolgeva il suo diritto/dovere di cittadino. Mi sono chiesto per quale motivo mi trattassero da cittadino di serie b. Nei primi minuti volevo aggredire, mi è passato per l’anticamera del cervello di uccidere, ho accarezzato per qualche frangente l’idea di fare una strage. Mi sono trattenuto. Ha prevalso in me la ragionevolezza, un minimo di buonsenso. Sono stato per alcune ore arrabbiato. Poi mi è passata la rabbia. Il risultato è che a loro spetterà di continuare per anni e anni (visto che erano relativamente giovani) il loro lavoro medico e paramedico senza alcuna vocazione e con scarsa passione. A me spetterà di continuare la mia vita tranquilla, contraddistinta  per la maggior parte da una certa serenità interiore. A ognuno il suo. Nessuno ha ordinato loro di fare quel lavoro e se non va bene loro di lavorare nel pubblico si diano alla libera professione senza disturbare il prossimo.  A volte la rabbia va trattenuta, implora, inibita. Si parla di freni inibitori a riguardo. Ma il cuore umano è un grande guazzabuglio.  È difficile tenere a bada il nostro cuore nero, la bestia che è dentro noi e che continuamente latra.  Gli antichi già avvertivano l’umanità a riguardo. Platone narrava dell’anello di Gige e avvertiva che quasi tutta l’umanità avrebbe compiuto azioni orribili se avesse avuto il dono dell’invisibilità. Rousseau faceva l’esempio del mandarino cinese e scriveva che moltissimi avrebbero premuto un pulsante per uccidere un mandarino cinese, diventando ricchi, senza essere puniti. Cosa è che porta a uccidere? Diciamo piuttosto cosa ci fa desistere dall’uccidere. Prima di tutto valutare il fatto che ci roviniamo con le nostre mani. Secondo motivo: la coscienza. Però in certi situazioni è difficile fermarsi. Si dice anche “tenere a bada i nostri istinti”, anche se non tutti gli studiosi sono d’accordo nel ritenere che l’umanità abbia degli istinti. Non uccidiamo perché il nostro Io e il nostro Super-Ego hanno la meglio sulla nostra parte atavica e ancestrale. Alcuni dicono che non dobbiamo fare male agli altri per empatia e per compassione. Ma in certi momenti di rabbia non è questo a farci desistere, non siamo ipocriti: facciamo solamente una rapidissima analisi di costi/benefici. Diciamo che dobbiamo ritenerci fortunati perché abbiamo trattenuto finora i nostri impulsi suicidi e omicidi. Ma ammettiamolo candidamente, pacificamente: a ognuno passano per la testa anche solo per un secondo questi brutti pensieri; ognuno ha dentro di sé questi impulsi. La domanda che ci dobbiamo porre è la seguente: continueremo in futuro a essere padroni di noi stessi, a dominarci? Riusciremo a tenere lontani certi pensieri? Riusciremo a contenere rabbia o disperazione, anche quando sembrano incontenibili? La padronanza di sé assoluta non esiste. L’equilibrio interiore non è una conquista definitiva perché la vita ci mette sempre alla prova. 

Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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