Sulla rivoluzione, l’élite, le minoranze…

Un ottimo commento

Così Icecube commenta un mio articolo: “La Rivoluzione è l’anima del Popolo, se non esistesse non esisterebbe il Popolo!”

Ed è giusto, sacrosanto, vero. Mi ha fatto riflettere.  Passavano i giorni e questo commento diventava un rovello nella mia testa. Ma è vero anche l’esatto contrario: senza popolo molto spesso non c’è la rivoluzione. Il golpe, quello sì, può essere fatto con l’esercito e senza popolo ma la rivoluzione no. Per la rivoluzione d’ottobre ci sono voluti sia Lenin, il partito bolscevico ma anche il popolo russo. Per la fuga di Batista ci sono voluti sia Che Guevara che il popolo cubano. Per fare una rivoluzione ci vuole il cosiddetto spirito rivoluzionario del popolo. Ma esiste più il popolo oppure noi italiani siamo solo un’accozzaglia indistinta e disgregata di gente? Niente più ci anima. Niente e nessuno più ci tiene uniti. Si ritorna al commento di Icecube,  ovvero senza lo spirito rivoluzionario il popolo non esiste. 

Luttazzi o McLuhan

Non sappiamo se sia una battuta del comico italiano Daniele Luttazzi o se sia la verità (a ogni modo rende molto bene l’idea) quando, intervenuto a Rai Radio 1 il 1 luglio del 2007, disse: ”McLuhan era uno che al premier canadese che si interrogava su un modo per sedare dei disordini in Angola disse, negli anni settanta, ‘riempite la nazione di apparecchi televisivi’; ed è quello che venne fatto; e la rivoluzione in Angola cessò”. E oggi le distrazioni con Internet aumentano: ci sono gli svaghi del porno e ognuno è chiuso nella sua bolla. Per la rivoluzione francese bastavano gli illuministi, i giacobini e il terzo stato, ovvero i borghesi, ma, come ho scritto ripetutamente, per varie ragioni oggi siamo tutti piccolo borghesi, a causa dell’omologazione di massa, e nessuno è più borghese. Il quarto stato, quello di Pellizzo da Volpeda, quello che un tempo si chiamava proletariato, vota a destra in gran parte, almeno qui in Italia. L’operaismo purtroppo è finito. Quelli che Tronti chiamava operai massa non sono più soggetti “antagonisti” e “autonomi”. A onor del vero non hanno cioè coscienza di classe, perché il potere ha distrutto le classi sociali (ma non i privilegi dei più ricchi) e gli operai non si riconoscono più giustamente, realisticamente in una classe sociale, peraltro inesistente. 

L’élite, vera o presunta

Prima ipotesi: lo spirito rivoluzionario lo deve inculcare alle masse una minoranza illuminata, un’élite colta e autorevole. Ma qualsiasi élite ormai ha perso autorevolezza di fronte agli altri, al cospetto di quella che per motivi di sintesi chiamo massa (concetto sfuggente tra l’altro, ma che ha almeno un significato sociologico definito). Altro problema: l’élite esistono davvero o hanno perso cultura? Un tempo c’erano degli individui provenienti dai ceti abbienti che si impegnavano per la rivoluzione. Ma oggi esistono più dei Giangiacomo Feltrinelli? Un tempo erano diffuse la speranza, la voglia, la possibilità di cambiamento.  Oggi, facendo un’analisi della situazione, è molto più difficile,  quasi impossibile,  quasi irrealizzabile. E poi per fare una rivoluzione ci vuole qualcuno che abbia la mente libera dalla cultura di massa e invece siamo tutti, nessuno escluso, Masscult o Midcult. Emanciparsi dalla cultura di massa, da cui siamo tutti immersi e condizionati fin dalla tenera età, richiede un lunghissimo apprendistato, un lunghissimo tirocinio. Ci si riesce quando ormai si è maturi e stanchi del mondo, con poche forze e poca voglia di cambiare le cose. Come se non bastasse c’è un altro problema: l’élite hanno sempre qualcosa da perdere.  Che poi, ultima cosa, come cantava Brassens c’è anche il rischio di morire per delle idee (e non c’è la certezza assoluta che le nostre idee siano giuste davvero). Longanesi avvertiva dei due rischi ontologici dei rivoluzionari: “un’idea che non trova posto a sedere è capace di fare la rivoluzione” e anche “cercava la rivoluzione e trovò l’agiatezza”. Insomma è tutta questione di potere e soldi ciò che spinge alla rivoluzione e ciò che fa desistere dalla rivoluzione.  Certo è che se, come sostengono alcuni, sono gli abusi del potere la prima spinta della rivoluzione, spesso anche le rivoluzioni creano abusi di potere. In definitiva ci vorrebbe una rivoluzione senza potere, ovvero l’anarchia. 

Infine, come si usa dire, il pesce puzza dalla testa. L’élite sono di solito figlie del privilegio, da lì provengono.  Esiste non solo il privilegio, ma anche tutta una cultura che giustifica il privilegio. Quando alcuni figli di papà ricchissimi dicono che è questione di Dna oppure che sono figli dei loro padri non legittimano e usano questa cultura del privilegio? Affrancarsi totalmente dalla cultura del privilegio non è affatto facile. Sempre più difficile inoltre che i figli del privilegio rinneghino i loro padri e rinunciano ai loro privilegi, come fece San Francesco, la cui rivoluzione fu spirituale. Eppure per essere élite intellettuali, giocoforza, non possono che essere figlie del privilegio, devono cioè avere una formazione adeguata e devono avere modo e tempo per pensare, studiare, organizzare la rivoluzione. Insomma Marx senza gli aiuti economici di Engels non avrebbe scritto “Il capitale”. Lo stesso Bakunin era figlio di ricchi nobili. Ma spesso questi miracoli non avvengono. Spesso la  controélite descritta da Pareto è distrutta, annichilita,  dissolta e vengono cooptati gli individui ritenuti più capaci dal potere. È successo anche con il ’68. Non solo ma c’è stato un grande livellamento. C’è stato un livellamento verso il basso dei ceti abbienti, che non hanno più la cultura dei loro avi. E c’è stato un livellamento verso l’alto dei ceti non abbienti, i cui figli oggi si diplomano e, nonostante un significativo abbandono scolastico ancora esistente,  oggi i più ricevono un’istruzione di massa. I figli dei ceti abbienti e di quelli non abbienti oggi sempre più studiano in un’università diventata di massa che livella ancora di più. E questo è un bene, ma può avere i suoi svantaggi e i suoi limiti. Non voglio mettere in discussione principi sacrosanti come il diritto allo studio e un sapere accessibile a tutti. Però se da un lato è un bene che non esistano più contadini analfabeti, è sempre più difficile trovare nuovi Marx e nuovi Bakunin. Ecco per quali motivi le élite, gli intellettuali organici e così via possono difficilmente fare da cavalli di Troia o almeno da teste di ponte per combattere il sistema. È però vera anche un’altra cosa: le facoltà umanistiche sono progressiste. Gli stessi collettivi anarchici diffusi a centinaia nella penisola italiana sono costituiti in buona parte anche da universitari e neolaureati. Queste persone, una volta formate, si impiegano nelle scuole e propagano la loro cultura umanistica ai loro allievi. Quindi qualche piccola, tenue, debole speranza c’è ancora.

Le vere minoranze e Bailey

 Altra soluzione: se l’egemonia gramsciana è datata e antiquata, oggi la rivoluzione la possono fare le vere minoranze, ovvero i gruppi svantaggiati. Molti progressisti dicono che vogliono dare la voce a chi non ne ha e spesso non ascoltano chi non ha voce. E se chi non ha voce facesse la rivoluzione da sé senza intermediari o tutori? 

Però come rivela lo studioso sociale Bailey “lo status di persona svantaggiata è davvero multidimensionale”. Bailey scrive che ci sono diverse dimensioni: il lavoro o la sua mancanza, la condizione economica,  l’etnia,  il genere, l’età, le preferenze sessuali, la condizione fisica, lo stato di salute, etc etc. E lo stesso Bailey scrive che ogni dimensione è un gruppo caratterizzato dall’eterogeneità. Altro problema: bisogna valorizzare le differenze e non rimanere succubi degli stereotipi. Non è affatto facile. E poi ognuno porta acqua al suo mulino. Chi è svantaggiato economicamente vuole mettere in secondo piano talvolta i diritti civili o viceversa. Talvolta neanche tra svantaggiati c’è il riconoscimento dei diritti e delle ingiustizie degli altri svantaggiati. Ci sono mille microcosmi che si intrecciano e che spesso non si parlano. Ci sono mille problemi. E allora con chi fare la rivoluzione? L’unico modo non è pescare dal basso o dall’alto, non è cercare processi sociali dall’alto verso il basso o viceversa (che tanto poi siamo davvero sicuri che esistano il basso o l’alto, come si intendeva un tempo?), ma pescare ovunque con la rete. I nuovi rivoluzionari devono usare la rete e devono agire pacificamente (non è vero che per cambiare le cose una quota parte di violenza è fisiologica. Ne sono delle prove la rivoluzione portoghese dei garofani e la non violenza di Gandhi), a mio avviso. I nuovi rivoluzionari devono ad esempio cercare di trasformare l’ecoansia e la percezione delle ingiustizie dei più giovani in qualcosa di costruttivo. 

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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