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I comizi della destra globale basano la loro narrazione su un assunto che pretende di essere la risposta semplice a ogni nostro problema. Una risposta che è dentro di noi epperò è sbagliata. La sintesi del ragionamento è quasi banale: una volta si viveva meglio.
L’equazione proposta all’elettore è disarmante nella sua semplicità. Si prende il peggioramento delle condizioni materiali di vita e lo si addebita, in blocco, alle conquiste sociali degli ultimi decenni. Se oggi i giovani non comprano casa o gli stipendi sono fermi, la colpa sarebbe di ambientalisti, femministe e diritti civili.
Questo racconto funziona perché intercetta un dolore reale, quotidiano e misurabile. La contrazione violenta del potere d’acquisto, la precarizzazione strutturale del lavoro, la crisi degli affitti e il collasso sistemico dei servizi pubblici sono percezioni corrette. Il trauma economico è vero. È la diagnosi a essere completamente falsificata.
Il mito dell’età dell’oro: cosa c’era dietro la prosperità degli anni ’80
Per comprendere la forza di questa narrazione bisogna guardare a come abbiamo mitizzato gli ultimi decenni del Novecento. Gli anni ’80 e ’90 vengono rievocati come un periodo di stabilità lavorativa, case accessibili e welfare garantito. Un benessere che in parte è esistito, ma che l’archeologia culturale della destra ha completamente decontestualizzato.
Quella stagione di crescita non era un modello eterno e replicabile, ma il prodotto di circostanze storiche irripetibili. L’Occidente beneficiava ancora della ricostruzione post-bellica, di un’espansione industriale trainata da una forte crescita demografica e, soprattutto, di un accesso massiccio a risorse energetiche fossili a bassissimo costo. Il welfare, inoltre, era il frutto di lotte sociali dure, fatte in piazza, che costringevano l’arco parlamentare a cedere terreno.
Ovviamente, quella ricchezza diffusa non era distribuita in modo equo. Escludeva sistematicamente le minoranze. In Italia questo significava un massiccio divario tra Nord e Sud, funzionale a un colonialismo interno progettato e attuato fin dalla cosiddetta “Unità” del 1861.
Quella ricchezza poggiava su dinamiche geopolitiche estrattive nei confronti del Sud del mondo e si reggeva sul lavoro di cura delle donne, storicamente invisibilizzato e non retribuito. Già allora quel modello gettava le basi per la crisi ecologica attuale. Pensare di riproporre quel sistema oggi è un’illusione tossica. Sarebbe come gettare benzina per spegnere l’incendio della nostra casa. Una casa che sta già bruciando.
I numeri del grande scollamento: stipendi fermi e ricchezza concentrata
La crisi attuale non nasce da un “eccesso di diritti”, ma dalle contraddizioni interne al capitalismo. I dati macroeconomici degli ultimi quarant’anni descrivono una realtà inequivocabile: la produttività è decollata, ma i salari sono rimasti al palo.
I rapporti dell’Economic Policy Institute e i dati OECD mostrano come, a partire dal 1979, la ricchezza prodotta dai lavoratori sia cresciuta in modo esponenziale, mentre i compensi reali della classe lavoratrice subivano una stagnazione cronica. In parole semplici, i profitti derivati dall’aumento dell’efficienza e della tecnologia non sono andati a chi lavora, ma sono stati redistribuiti verso l’alto.
Questo fenomeno di accumulazione oligarchica trova conferma nei dossier globali di Oxfam. I dati documentano un divario economico mai visto nella storia moderna, dove pochissimi individui detengono un patrimonio equivalente a quello di miliardi di persone.
Il riflesso pratico sulla vita delle persone è l’impossibilità di pianificare il futuro. Il rapporto tra il costo medio di un immobile e lo stipendio medio è precipitato, trasformando il diritto alla casa in un lusso e ritardando l’autonomia delle nuove generazioni. Una precarietà materiale che si traduce immediatamente in emergenza sanitaria, come dimostra l’impennata di casi di burnout, depressione e isolamento sociale.
Due facce della stessa medaglia: il teatro della sinistra istituzionale
Se la destra capitalizza sulla paura costruendo capri espiatori, la sinistra istituzionale si è dimostrata speculare e complementare a questo disastro. La sedicente opposizione progressista ha “progredito” così tanto — se guardiamo alla storia d’Italia dal 1992 in poi — da stabilizzarsi stabilmente al centro, e spesso e volentieri direttamente a destra. Come anticipavano i 99 Posse in uno storico live dell‘Incredibile Opposizione Tour del 1994.
La cosiddetta sinistra istituzionale ha smesso da tempo di mettere in discussione i rapporti di forza economici. Si è limitata a fare da amministratrice di condominio del neoliberismo.
Il cortocircuito risiede proprio nel sistema della delega. Ci è stato insegnato che l’unico rito democratico possibile sia quello di tracciare una croce su una scheda elettorale ogni pochi anni, esternalizzando la responsabilità della nostra sopravvivenza a un ceto politico professionale.
Destra e sinistra istituzionale giocano, di fatto, allo stesso tavolo e con le stesse regole. Si rincorrono sul terreno della propaganda commerciale, si scontrano nei talk-show per contendersi frammenti di potere politico, ma condividono i medesimi dogmi: privatizzazioni, precarizzazione, austerità e sottomissione ai mercati finanziari.
Il problema non può essere risolto da chi ne costituisce la struttura di mantenimento. Finché la contesa rimane confinata all’interno del recinto parlamentare, nessuna vera risposta potrà mai emergere. Il nodo gordiano da sciogliere non è un malgoverno passeggero, ma la natura distruttiva del sistema capitalista.
Oltre il moralismo: riportare le lotte sulla terra
Cosa difendono, allora, le persone quando si rifugiano nel voto nostalgico? Spesso non difendono i vecchi valori reazionari, ma la stabilità esistenziale che a quei tempi era associata. Cercano la certezza di un tetto, la prevedibilità della propria traiettoria di vita, il riconoscimento sociale. Quando queste difese crollano, la paura prende il sopravvento e obbedisce a un cervello rettiliano che rifiuta la razionalità per favorire la pura sopravvivenza.
Come abbiamo già analizzato nell’articolo “Non c’è tempo”: dalla sopravvivenza individuale alla cooperazione, l’individualismo sistemico ci ha ridotti a sorveglianti e sfruttatori di noi stessi, atomizzandoci in una competizione permanente. Quando il terreno frana sotto i piedi, la solitudine amplifica il panico e le narrazioni reazionarie offrono un rifugio illusorio ma immediato.
Per questo motivo, le forze che si oppongono a questa deriva non possono permettersi di scivolare in un moralismo che addossa all’elettore, o molto spesso alla persona che si astiene, la colpa della crescita delle destre. Se le battaglie per i diritti civili e l’intersezionalità vengono percepite come linguaggi incomprensibili, estetiche identitarie da accademia o giudizi di superiorità culturale, la rottura con le classi popolari diventerà insanabile. La giustizia sociale deve parlare di bisogni materiali.
Le crisi che attraversiamo — energetica, abitativa, democratica, climatica e di genere — sono fili dello stesso tessuto. Il patriarcato non è un tema astratto per sole donne, ma una struttura gerarchica fondata sul dominio e sullo sfruttamento della cura. L’ecologia non è la difesa romantica della natura, ma il modo in cui decidiamo di produrre e distribuire le risorse.
Para todos todo: ricostruire il mutualismo orizzontale
Se il gioco della delega è truccato, l’unica alternativa percorribile è invertire la rotta e muoversi dal basso. La risposta al disagio sociale non arriverà da un decreto legge o da un leader carismatico, ma dalla riappropriazione diretta del politico attraverso l’orizzontalità e il mutualismo. Riprendendo la lezione della maieutica reciproca di Danilo Dolci, il cambiamento reale passa solo attraverso la partecipazione collettiva e la liberazione di un’intelligenza di comunità.
Significa smettere di chiedere e iniziare a fare. Significa rimettere in piedi reti territoriali, sindacalismo sociale, cooperative, cucine collettive, consultori autogestiti ed esperienze di agroecologia. Non si tratta di fare beneficenza — che lascia intatti i rapporti di potere — ma di edificare infrastrutture materiali di sopravvivenza che sottraggano spazi di vita alle logiche del profitto.
È l’orizzonte zapatista del “Para todos todo, para nosotros nada”: l’idea che il benessere o è collettivo, accessibile a ognuno senza esclusioni, oppure è solo un privilegio residuo destinato a svanire. Recuperare la dimensione comunitaria non è un esercizio nostalgico, ma l’unica forma di autodifesa e resilienza possibile dentro un futuro radicalmente instabile.
La vera domanda per il futuro non è come scegliere un nuovo pastore attraverso le urne, ma come organizzarsi per rifiutare di legarsi alla comoda vecchia schiera e abbracciare la bellezza di essere pecora nera.