Uomini e cose…

Andando in biblioteca e poi leggendo qualcosa su Maritain…

Ero andato in biblioteca comunale a comprare dei libri. Il sole era alto nel cielo. Era un pomeriggio afoso. Non c’era un alito di vento. Ho camminato indisturbato  a passo svelto. Ero un poco titubante a immergermi in quel mare di gioventù.  C’erano studenti e studentesse un po’ ovunque. Io che sono un omuncolo attempato ero un pesce fuori d’acqua; ero fuori luogo. Mi sentivo momentaneamente a disagio. Niente di che comunque! C’erano anche dei bibliotecari sempre gentili e delle insegnanti di non so quale scuola, che parlottavano di didattica e di esami. Per la cronaca ho acquistato 17 volumi di letteratura e filosofia a soli 8 euro e mezzo. Mi ero portato una busta della spesa. Ho fatto una sudata nel tragitto verso casa, ma ero intimamente soddisfatto perché ne era valsa la pena. Avevo fatto un buon acquisto. Mi sono dato una rinfrescata. Mi sono lavato, mi sono bagnato le tempie e i polsi. Mi sono fatto un caffè.  Mi sono messo subito a sfogliarli.  I volumi erano degli autori più disparati e trattavano vari argomenti. Insomma mi piace spaziare senza pregiudizi e preclusioni, pur essendo un lettore forte, accanito, però non onnivoro.  Ma intendiamoci bene: è solo un modo di passare il tempo. Veniamo comunque al dunque. Tra questi c’era anche un libro sul filosofo e pedagogista francese Maritain. Mi sono soffermato a pensare sulla sua distinzione tra individuo e persona. Per quest’ultima intendeva l’essere umano preso nella sua interezza, nella sua globalità,  nella sua pienezza. Pensavo che quasi tutte le filosofie considerano, prendono in esame solo uno o più aspetti umani, quindi solo l’uomo come individuo, ma molto difficilmente come persona. Si pensi solo alla suddivisione tra materialisti  e spiritualisti quando l’uomo è carne e spirito e non si può privilegiare una cosa e rimuovere l’altra. In letteratura ciò porta a una contrapposizione netta tra petrarchismo e psicanalisi. D’altro canto bisogna scegliere una filosofia o almeno formulare alla rinfusa una nostra filosofia di vita, anche se rimarrà quasi implicita, a stento dichiarata alle persone più care. L’alternativa quale sarebbe? Fare un miscuglio di ideologie e filosofie oppure non abbracciare nessuna filosofia? È una scelta possibile, fattibile forse quest’ultima? Ma raramente siamo noi a porci come persone e a trattare gli altri come persone a causa dei condizionamenti sociali, dei mass media, economici, etc etc. Siamo cose tra le cose. Spesso veniamo considerati delle cose e trattiamo gli altri come cose.  È quello che Marx chiamava il feticismo delle merci. Vorrei soffermarmi su questa parola, “feticcio”, tanto importante per Freud, che la impiega per disegnare una sorta di sineddoche sessuale, una parte per il tutto e non solo una regressione sessuale. Anche oggi le cose acquistano un fascino e le persone vengono sfruttate sessualmente e considerate cose. Ma non c’è solo la reificazione del lavoro, intesa marxianamente. Oggi si è completato il processo di reificazione dell’uomo. Come scrivono alcuni filosofi contemporanei oggi “le persone sono mercificate” e “le merci personificate”.  Noi occidentali spesso consideriamo più le cose delle persone oppure valutiamo le persone in base alle cose che hanno. Ma non limitiamoci al puro determinismo economico: sarebbe un’interpretazione non fuorviante ma riduttiva. C’è anche un rapporto simbolico. Nel caso degli status symbol sono dei prodotti commerciali a dare valore alle persone. Sono le cose ad avere valore e a dare valore alle persone. Le cose si sono umanizzate e le persone si sono cosalizzate. Noi siamo cose e siamo rappresentati dalle cose. Non c’è più la considerazione solo in base al valore d’uso e di scambio. Noi simboleggiano cose come quando andiamo vestiti con abiti di una certa marca. Le cose simboleggiano noi. I mezzi sono stati scambiati con i fini. È chiaro che il valore preponderante è quello economico. Molti per indicare una persona se si scordano il nome o non sanno la professione si rammentano subito la sua macchina e dicono che è quel tale che ha quella berlina o quel suv. Tutti cercano di distinguersi non in base a quello che sono o fanno, ma in base a quello che hanno o in base a ciò che appaiono. Tutto sembra basarsi sulla più classica della metonimia: l’uomo contemporaneo è un bicchiere d’acqua, è ciò che non è e il contenitore viene confuso con il contenuto. Una persona acquista reputazione quando raggiunge degli obiettivi prefissati, ovvero il possedimento di alcune cose: avere degli oggetti è il traguardo principale di molti, che si snaturano come persone e snaturano gli altri. È tutto anche fin troppo semplice questo meccanismo: è il dominio degli oggetti sull’uomo.  Ma per dirla alla Verga uno la “roba” non se la porta nella tomba. A tutto ciò poi si aggiunga l’alienazione marxianamente e freudianamente intesa, etc etc (perché poi molti altri autori hanno definito a loro modo l’alienazione). Comunque perché demonizzare le cose e divinizzare le persone? In fondo questi sono i tempi e non è colpa nostra se noi esseri umani siamo meno umani…e poi le cose a differenza di molti esseri umani le puoi mandare a quel paese. In definitiva se il rapporto con le cose è problematico e conflittuale altrettanto lo è quello con le persone: è il mondo che sta andando alla malora ormai. 

Citando Houellebecq, ovvero sulle varie forme di ingiustizie

Scrive Houellebecq: «In situazione economica perfettamente liberale, c’è chi accumula fortune considerevoli; altri marciscono nella disoccupazione e nella miseria. In situazione sessuale perfettamente liberale, c’è chi ha una vita erotica varia ed eccitante; altri sono ridotti alla masturbazione e alla solitudine. Il liberalismo economico è l’estensione del dominio della lotta, la sua estensione a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali. Ugualmente, il liberalismo sessuale è l’estensione del dominio della lotta a tutte le età della vita e a tutte le classi sociali. Sul piano economico, Raphaël Tisserand appartiene al clan dei vincitori; sul piano sessuale, a quello dei vinti. Certi guadagnano su entrambi i tavoli; altri, su entrambi perdono. Le imprese si contendono certi giovani diplomati; le donne si contendono certi giovani; gli uomini si contendono certe giovani; il problema e l’agitazione sono considerevoli.»

(da “Estensione del dominio della lotta”)

Quello su cui sono in disaccordo con Houellebecq sono le sue forzature, le sue derive un poco estremistiche,  quelli che chiamo i suoi fraintendimenti.  In Toscana diciamo che uno sbarroccia, per dire che esce fuori dal seminato. Oppure forse sono io che mi sbaglio e non so cogliere le sue provocazioni, la sua visionarietà, il suo leggere la realtà e anticipare i tempi. C’è chi ritiene che provochi per scandalizzare, di conseguenza farsi ulteriore pubblicità e guadagnare. Io confido nella buona fede e nel suo grande talento. In questo brano riportato ha ragione apparentemente, senza andare oltre e pensare alla cosiddetta filosofia incel o dei celibi involontari. La solitudine e la povertà possono regnare sovrane. Di solito chi ha i soldi non è mai solo apparentemente,  anche se come sosteneva Pound i ricchi non hanno amici ma solo maggiordomi.  I ricchi difficilmente restano senza una donna, anche sta solo per interesse economico con loro. Chiunque in teoria può subire delle ingiustizie sessuali, sociali, economiche, insomma umane. Houellebecq si è scordato della salute psicofisica: anch’essa è fonte di grandi ingiustizie tra gli uomini. 

Rileggendo Gide…

Rileggevo alcuni brani  “L’immoralista” di Gide,  libro con cui confessò pubblicamente la propria omosessualità, più tollerata nella sua Francia rispetto agli altri paesi europei. In questa opera Gide racconta alcune tappe della sua vita, come ad esempio il suo viaggio in Algeria e il suo allontanamento dalla moglie. L’immoralista è colui che cerca di essere libero, andando oltre il puritanesimo e le convenzioni sociali. Come scriverà Gide la questione non è sapersi liberare, ma essere liberi. Ma “L’immoralista” tratta anche lo iato tra sesso e sentimento, tra carne e spirito. Forse Gide avrebbe voluto essere innamorato della moglie come il protagonista de “La porta stretta”, storia di un amore casto e puro. Qui i due innamorati si amano ciecamente e aspirano all’ascetismo, anelano il divino. Altra opera fondamentale di Gide è “Le segrete del Vaticano”, in cui il Papa viene sequestrato e sostituito da un suo sosia massone. In questo romanzo dalla trama complessa e dai torbidi intrighi sono mischiati sapientemente fede e satira, stupidità umana ed efferatezza. Tra tutti i personaggi spicca Lafcadio, perché è perfido, distaccato, insensibile al punto da arrivare ad uccidere. E’ colui che compie l’atto gratuito, gettando sotto ad un treno il cognato del suo fratellastro. Forse bisognerebbe anelare a un amore platonico ma impossibile come quello de “La porta stretta”?  Questo sarebbe forse autentico? Cosa è veramente autentico al mondo d’oggi? E se anche l’amore si presentasse sotto forma di beffa come ne “La locandiera” di Goldoni o in “Mandragola” di Machiavelli?

“La società dello spettacolo” di Debord

Per Debord nell’era industriale l’avere aveva il predominio sull’essere ai nostri tempi l’apparire ha avuto la meglio sull’avere e sull’essere: siamo in quella che lui definiva “società dello spettacolo”. Lo sfruttamento, le ingiustizie, la povertà vengono  nascoste, oscurate, rimosse (il climax è volontario). Come facciamo a essere autentici, a essere presi nella nostra autenticità (o del suo residuo se esiste) quando le relazioni tra le persone sono strumentali, falsate,  ingannevoli, insomma non autentiche (e non è solo per i rapporti di produzione)? La reificazione delle persone non è forse per una certa parte di natura ontologica? Anche gli uomini primitivi strumentalizzavano socialmente i loro amici e sfruttavano sessualmente le donne. La manipolazione si è però estesa a macchia d’olio con l’avvento del capitalismo, ha preso il sopravvento. L’uomo domina l’uomo, pur essendo anch’esso un cittadino, un suo compaesano, un suo connazionale. Un tempo era lotta per la vita e adesso? Abbiamo perso l’essere. Per Maritain questo è accaduto perché la crisi dell’umanesimo ha comportato la crisi della società e dell’umanità.  Ma per il filosofo francese la soluzione è una società cristiana rinnovata, ritrovare la cristianità dopo tanta scristianizzazione.  Ma ne siamo certi? Degli spunti, degli sprazzi del suo pensiero possono fornirmi ragguagli e delucidazioni, darmi nuovi input, ma se fosse colpa principale dei cristiani la secolarizzazione dell’Occidente? Probabilmente hanno le loro colpe. Per Maritain comunque la crisi era determinata dall’assoggettamento della scienza sulla saggezza. E su questo come dargli torto e come avere dubbi? 

Postmoderno e beat generation…

Ecco allora che cerco di rifugiarmi saltuariamente nella poesia, nella letteratura contemporanea.  Ma anche qui talvolta ho dei problemi a pensarla come autentica. Penso al rapporto di essa con il mercato, il pubblico, la tradizione stessa. Mi metto a pensare al postmoderno. Oggi come oggi una cosa è certa: tutti coloro che scrivono una poesia non possono non dirsi postmoderni. A qualcosa o a qualcuno si rifanno sempre. Mi chiedo se oggi sarebbe possibile un poeta totalmente originale e mi rispondo sempre che non è possibile. Anche il grande poeta beat Ferlinghetti che in una sua celebre poesia intitolata “il trionfo del postmoderno”, ironizza sul postmoderno, successivamente riempie i suoi testi poetici di citazioni postmoderne (cito per l’esattezza: “ho vagato solo come una nuvola”, verso di Wordsworth….”silenzio, esilio, astuzia” di Joyce….”i vecchi dovrebbero essere esploratori” di Eliot…e per finire intitola una sua antologia di poesie “Questi sono i miei fiumi”, nota poesia di Ungaretti). Già Pound nei Cantos ed Eliot nella terra desolata erano stati precursori del postmoderno. Nonostante l’apparente forma unitaria delle loro opere entrambi avevano disseminato citazioni su citazioni nei loro testi. La terra desolata di Eliot è in questo senso proprio “un mucchio di imagini infrante su cui batte il sole” per dirla alla Eliot: ovvero un insieme di citazioni dantesche, di riferimenti biblici, il mito greco di Tiresia, la leggenda del Graal. Nel ‘900 a detta di molti critici letterari è sorta “la letteratura della letteratura”, così come in teatro con Pirandello è comparso “il teatro del teatro”.  Le citazioni postmoderne e il postmoderno in senso lato mi sembrano ormai l’unico modo di raccordare tradizione letteraria e talento individuale. Almeno nella nostra società occidentale e post-industriale. Forse in Argentina ci sarà qualche altro nuovo Borges, che edificherà altre biblioteche di Babele e si volgerà all’arte combinatoria e agli infiniti possibili, ma dubito che da noi tutto ciò sia possibile. Nella società occidentale a dire il vero c’era stato il tentativo della poesia beat.  Ma questo tentativo beat di dimenticarsi della tradizione letteraria, di rimuovere totalmente le scuole di pensiero che li avevano preceduti è fallito oramai. Carl Sandburg ha diciamo così scritto l’epitaffio di questo tentativo: “Ho visto le più belle menti della mia generazione distrutte dalla follia, affamate in una nudità isterica, – trascinarsi all’alba per le strade negre in cerca di droga rabbiosa, – ….con sogni, droghe, incubi del risveglio, alcool e balli a non finire, – ….fare settantadue ore in macchina per sentire se io o tu o lui avevamo avuto una Visione che ci facesse conoscere l’Eternità, -….sognare e fare spacchi viventi nel Tempo e nello Spazio mediante immagini giustapposte a cogliere i verbi originari e unire il sostantivo e il trattino della coscienza con la sensazione del Padre Onnipotente Eterno Iddio- per ricreare la sintassi e la misura della povera prosa umana-….”. Da qualche parte e in qualche modo rinascerà una speranza. 

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Nato nel 1972 a Pontedera. Laureato in psicologia. Collaboratore di testate giornalistiche online, blog culturali, riviste letterarie. Si muove tra il pensiero libertario di B.Russell, di Chomsky, le idee liberali di Popper ed è per un'etica laica. Soprattutto un libero pensatore indipendente e naturalmente apartitico. All'atto pratico disoccupato.

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