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Prima di parlarvi dell’ultima uscita di Paola Barbato per Neri Pozza vi pubblico la mia brevissima recensione di questo titolo.
Una delle caratteristiche che più si apprezzano della casa editrice sono sicuramente il font classico, pulito e con interlinea che lascia respirare le parole. La copertina, bellissima e magnetica, non è solo un invito alla lettura, ma un presagio di ciò che troveremo all’interno: un equilibrio perfetto tra estetica e contenuto.
Inizio in salita ma decisamente da togliere il fiato…
L’approccio con le prime pagine non è stato dei migliori, ho faticato ad ingranare e a trovare il ritmo in un incipit che vuole testare la nostra determinazione. Dopo le prime pagine però la storia viene da sè. Paola Barbato si conferma una donna piena di sorprese, usa le parole giuste al momento giusto e non ti fa staccare gli occhi fino all’ultimo punto.
La colpa della Torre d’avorio
Al centro della vicenda troviamo Mara, che un tempo si chiamava Mariele. Il suo passato è un’ombra densa: un’accusa di tentato sterminio familiare tramite la digitossina, un veleno estratto con cura quasi scientifica da una pianta. Dopo anni trascorsi in un centro di salute mentale — un luogo dove il confine tra reato e patologia sfuma — Mara ha ottenuto il diritto a una seconda possibilità.
Oggi vive sotto falso nome, cercando di mimetizzarsi nel mondo dei “sani”. Ma il passato ha una memoria di ferro. Quando un omicidio scuote la sua nuova realtà, il modus operandi punta dritto a lei. Qualcuno vuole incastrarla usando proprio la sua vecchia “firma”. Da qui inizia una fuga rocambolesca, una corsa disperata non solo per la libertà, ma per la verità.
La psicologia di questo capolavoro
Per chi ha una sensibilità particolare verso il tema della salute mentale, questo libro è un’esperienza “triggerante”, intensa, a tratti disturbante. La Barbato scava senza pietà nei meandri delle famiglie disfunzionali e nel complesso, spesso tossico, rapporto tra madre e figlia. Tuttavia, tra le pieghe del dolore, emerge la bellezza delle amicizie nate al limite: quei legami solidi e profondi stretti con le altre “pazze” del centro, le uniche in grado di capire l’abisso senza giudicarlo. E poi c’è lei, la Sindrome del Don Chisciotte, quella spinta idealistica e talvolta delirante a combattere contro mulini a vento che sono, in realtà, i mostri della propria mente.
Conclusioni finali
Come da tradizione per l’autrice, il finale è totalmente imprevedibile, uno schiaffo che rimescola le carte proprio quando pensavi di aver capito tutto.
Nonostante una partenza un po’ stentata, La torre d’avorio si conferma un thriller psicologico d’eccellenza, capace di trasformare la patologia in narrazione pura.
