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Anarchia significa essenzialmente assenza di dominio, gerarchia e autorità imposta. Una società anarchica è una società orizzontale, nella quale non esistono padroni e servi e nella quale le relazioni tra gli individui non sono fondate sulla subordinazione.
Non vi è uno Stato come siamo abituati a immaginarlo, dotato di un potere centralizzato che governa dall’alto la società. Allo stesso modo vengono messi in discussione i rapporti gerarchici che caratterizzano il lavoro salariato, nei quali chi possiede un’impresa dispone del lavoro di chi, per vivere, deve vendergli il proprio tempo e le proprie capacità.
Al loro posto, le diverse correnti del pensiero anarchico hanno immaginato comunità capaci di autogovernarsi e forme di organizzazione economica fondate sull’autogestione, sulla cooperazione, sulla reciprocità e sul mutualismo.
Ciò che riveste un’importanza fondamentale per la collettività può essere considerato un bene comune e gestito attraverso forme comunitarie, cooperative e autogestite, evitando che una risorsa necessaria a tutti diventi strumento di profitto o di dominio.
Ma parlare dell’organizzazione economica di una società anarchica ci porterebbe molto oltre. Fermiamoci invece su una questione precedente e forse ancora più importante: che cosa accade al potere nell’anarchia?
Anarchia significa davvero assenza di potere?
Spesso si associa l’anarchia all’assenza di potere. Si immagina che il percorso verso una società anarchica consista semplicemente nell’abbattimento di ogni potere costituito e che, una volta eliminato lo Stato, si possa arrivare a una società nella quale nessuno esercita più alcun potere.
Il problema nasce dal significato che attribuiamo alla parola.
Se per potere intendiamo la possibilità di fare qualcosa, prendere un’iniziativa, scegliere autonomamente della propria vita oppure partecipare alle decisioni collettive, allora il potere non può scomparire.
Un individuo che decide della propria esistenza esercita un potere.
Un gruppo di lavoratori che organizza autonomamente la propria attività esercita un potere.
Una comunità che decide come utilizzare una risorsa comune esercita un potere.
Persino una società nella quale improvvisamente venisse meno lo Stato non diventerebbe automaticamente una società senza potere. Se gli individui e le comunità non fossero capaci di organizzarsi autonomamente, altri poteri potrebbero rapidamente occupare quello spazio: chi possiede maggiore ricchezza, maggiore forza, maggiori risorse o maggiore capacità di coercizione potrebbe imporre la propria volontà agli altri.
Il problema dell’anarchismo, quindi, non è semplicemente eliminare il potere, ma impedire che esso venga concentrato e trasformato in dominio.
È una distinzione fondamentale.
L’anarchismo ha assunto forme molto diverse nel corso della sua storia, ma uno dei suoi elementi comuni è proprio la critica del potere centralizzato, gerarchico e autoritario.
Sul legame tra autonomia intellettuale, anarchia e strutture di dominio ritorna anche Sull’anarchia, il potere, il pensiero, una riflessione di Davide Morelli sul rapporto tra pensiero indipendente e critica del potere.
Potere e autorità non sono la stessa cosa
Possiamo allora distinguere tra la capacità di agire e decidere e il potere esercitato su qualcun altro.
Il primo può essere considerato una condizione della libertà. Il secondo diventa problematico quando permette ad alcuni individui, gruppi o istituzioni di stabilire ciò che gli altri devono fare indipendentemente dalla loro volontà.
È qui che nasce la gerarchia.
Il datore di lavoro dispone di un potere sul lavoratore subordinato. Il governo dispone di strumenti attraverso i quali può imporre una decisione alla popolazione. Una grande concentrazione di ricchezza può trasformarsi in capacità di condizionare la vita di individui e comunità.
Il pensiero anarchico mette in discussione proprio queste concentrazioni.
Da questo punto di vista possiamo leggere l’anarchia non tanto come assenza assoluta di potere, quanto come un tentativo radicale di distribuirlo: impedire che la possibilità di decidere si cristallizzi permanentemente nelle mani di pochi.
Non eliminare la capacità di decidere, dunque, ma restituirla alle persone direttamente coinvolte nelle conseguenze di quelle decisioni.
Una forma particolarmente profonda di potere riguarda la capacità delle istituzioni di intervenire sulle condizioni stesse della vita. Sulla vita, la morte dei cittadini e la ragion di Stato affronta questo problema partendo dal concetto foucaultiano di biopolitica.
Il potere nell’autogoverno anarchico
Se viene meno un’autorità centrale, rimane comunque necessario prendere decisioni.
Una comunità deve stabilire come gestire le risorse che utilizza. Chi lavora insieme deve organizzare la produzione. Più territori devono coordinarsi quando un problema supera la dimensione locale.
L’anarchia non coincide quindi necessariamente con l’assenza di organizzazione.
Le diverse tradizioni anarchiche hanno immaginato strumenti differenti: assemblee, associazioni volontarie, federazioni, organizzazioni dei lavoratori, cooperative, forme di democrazia diretta e processi decisionali orientati al consenso.
Non esiste un unico modello valido per tutte le correnti anarchiche. Esiste però un problema comune: come organizzarsi senza ricostruire una nuova classe di governanti?
In una prospettiva libertaria, chi partecipa a una comunità dovrebbe poter prendere parte alle decisioni che lo riguardano senza attribuire stabilmente a qualcun altro il potere di decidere al suo posto.
Il problema riguarda anche il modo in cui vengono prese le decisioni: alla delega e alla competizione elettorale possono contrapporsi pratiche fondate sulla partecipazione diretta e sulla ricerca del consenso, una questione affrontata da David Graeber nella sua critica della democrazia rappresentativa.
Le funzioni necessarie all’organizzazione non devono necessariamente trasformarsi in posizioni di comando.
Organizzare non significa necessariamente governare.
Ed è proprio questo uno dei punti che distingue l’anarchia dall’immagine del caos alla quale viene spesso associata: l’obiettivo non è distruggere qualsiasi organizzazione sociale, ma sperimentare forme di organizzazione nelle quali l’organizzazione stessa non diventi una struttura permanente di dominio.
Un’esperienza italiana particolarmente interessante è quella della Federazione Municipalista di Base di Spezzano Albanese, nata per sperimentare forme assembleari di autogoverno al di fuori della delega partitica e raccontata da Tiziana Barillà in Quelli che Spezzano.
Dalla piramide alla rete
Possiamo rappresentare il problema attraverso due immagini.
La prima è quella della piramide.
In un’organizzazione centralizzata le decisioni più importanti vengono prese da un numero relativamente piccolo di persone collocate al vertice. Scendendo verso la base aumenta il numero delle persone coinvolte, ma diminuisce la loro capacità di incidere sulle decisioni.
Il potere procede dall’alto verso il basso.
L’organizzazione libertaria tenta invece di rovesciare questa logica.
Una riflessione contemporanea su questa trasformazione si trova in Gramsci è morto, Dall’egemonia all’affinità di Richard J.F. Day, dove la logica della conquista dell’egemonia viene confrontata con forme di azione fondate sull’affinità, sull’orizzontalità e sulla costruzione autonoma di alternative.
Le decisioni dovrebbero nascere il più vicino possibile alle persone direttamente interessate e solo ciò che non può essere affrontato localmente dovrebbe essere coordinato su una scala più ampia.
Il potere non viene quindi fatto salire verso un centro che progressivamente accumula competenze. È il coordinamento che si estende orizzontalmente tra individui, gruppi e comunità autonome.
L’immagine della piramide viene sostituita da quella della rete.
Ed è qui che entra in gioco uno dei concetti storicamente più importanti del pensiero libertario: il federalismo.
Sul versante opposto dell’autogoverno si colloca Caratteristiche del potere in Italia, ovvero le tecniche di controllo, una riflessione critica sulla concentrazione del potere e sui diversi strumenti attraverso cui esso può mantenersi e riprodursi.
Il problema si ripresenta anche nei processi rivoluzionari: Sulla rivoluzione, l’élite, le minoranze si interroga sul rischio che una minoranza organizzata finisca per sostituirsi alla partecipazione diretta della popolazione e ricostruire una nuova struttura verticale.
Federalismo anarchico: il potere dal centro alla periferia
Nel linguaggio politico contemporaneo, quando parliamo di federalismo pensiamo generalmente alla distribuzione delle competenze tra Stato centrale, regioni e altri livelli territoriali.
Il federalismo libertario parte invece da una prospettiva differente.
La parola federazione deriva dall’idea di patto, accordo, alleanza. In Proudhon il contratto federativo deve lasciare ai soggetti che si federano più autonomia di quella che cedono all’organizzazione comune. L’autorità centrale deve quindi avere funzioni limitate e non può progressivamente assorbire le competenze delle realtà federate.
La direzione è quindi opposta rispetto all’accentramento.
Non è il centro a concedere autonomia alle periferie.
Sono le comunità autonome che decidono liberamente di coordinarsi quando ne hanno bisogno.
Comune con comune, territorio con territorio, associazione con associazione.
Anche Bakunin immaginava un’organizzazione costruita dal basso attraverso la libera federazione degli individui nelle comunità e delle comunità in strutture territoriali progressivamente più ampie, conservando il principio dell’autonomia.
Il federalismo anarchico può quindi essere interpretato come una periferizzazione del potere.
Il problema di trasformare questo principio in un progetto concreto di decentramento fu affrontato in maniera particolarmente originale da Camillo Berneri nella sua riflessione sull’anarchismo e il federalismo.
Il movimento è contrario all’accentramento: dal centro verso le periferie, dal palazzo alle piazze, dalle istituzioni alle comunità, fino ad arrivare agli individui e alle associazioni che compongono la società.
Federalismo non significa isolamento
Autonomia non significa però autosufficienza assoluta.
Una comunità libera non deve necessariamente vivere separata dalle altre. Al contrario, molti problemi richiedono cooperazione su una scala molto più grande: trasporti, risorse, produzione, comunicazioni, tutela dell’ambiente e innumerevoli altre attività non possono essere racchiuse nei confini di un piccolo comune.
Questa necessità di collegare comunità e territori autonomi oltre i confini degli Stati costituisce anche uno dei fondamenti dell’internazionalismo anarchico, che alla competizione tra Stati e blocchi contrappone la costruzione di relazioni dirette tra popoli, comunità e movimenti.
La risposta anarchica al problema della scala è proprio la federazione.
Le comunità possono coordinarsi senza consegnare definitivamente il proprio potere decisionale a un organismo superiore.
Proudhon insisteva sulla necessità che l’autorità federale rimanesse circoscritta alle competenze affidatele dalle unità federate, mentre nella tradizione bakuniniana autonomia e solidarietà non erano considerate principi contrapposti.
È una differenza importante.
La centralizzazione sostiene che, per coordinare molte persone, sia necessario trasferire il potere verso l’alto.
Il federalismo libertario tenta invece di risolvere lo stesso problema attraverso accordi orizzontali e coordinamento dal basso.
Dal potere sugli altri al potere di decidere insieme
Possiamo allora tornare alla domanda iniziale.
Nell’anarchia esiste il potere?
Se con potere intendiamo la capacità degli esseri umani di agire, organizzarsi, decidere e trasformare la realtà, non soltanto continua a esistere: dovrebbe essere distribuito molto più ampiamente di quanto avvenga in una società gerarchica.
Ciò che l’anarchismo cerca di eliminare è il potere trasformato in dominio permanente: la possibilità che qualcuno occupi una posizione dalla quale possa imporre sistematicamente la propria volontà agli altri.
L’anarchia non dovrebbe quindi lasciare un vuoto.
Dovrebbe riempire quello spazio con l’autonomia degli individui, l’autogestione dei lavoratori, l’organizzazione delle comunità, la cooperazione, il mutualismo e la federazione.
La questione fondamentale diventa allora non se debba esistere il potere, ma chi debba possederlo, come debba essere distribuito e attraverso quali strumenti si possa impedire che venga nuovamente concentrato.
Una società anarchica può essere pensata, in questo senso, come un movimento continuo dal potere esercitato sugli altri al potere esercitato insieme agli altri.
Non più una piramide nella quale la base sostiene il vertice.
Una rete nella quale nessun nodo possa trasformarsi definitivamente nel centro.
Stesura precisa ed esauriente…